Pubblicato su Annotazioni il Giugno 25, 2009 da Raul
Cerchio alla testa, pioggia, fulmini e tuoni.
Rumori fastidiosi di fondo, mi spazientisco facilmente e per molto poco. Fuggo nella mia solitudine in questi momenti, per quanto possa vivere questa nuova solitudine.
Sotto la pelle, il Lupo, non lascio la terra stanotte, anzi, cerco il cupo folto dei boschi collinari ai quali sono aggrappato in questa mia nuova vita.
Lei mi insegue sempre, ma stanotte si tiene a debita distanza, anche perché non può fare altrimenti. Diversamente questa sarebbe una notte d’amore muto, fatto solo di mani, di labbra e di corpi scagliati l’uno contro l’altro.
Diversamente è solo una notte di buia solitudine, sotto la pioggia, insieme alla voce del tuono.
Il mio sonno non è cambiato, dalla vecchia vita all’inizio della nuova. Soltanto, adesso l’attenzione delle mie veglie è diretta su di Lei, mentre respira profondamente e attraversa le ore della notte fino al mattino. I rumori notturni nella sua stanza, a tratti, mi fanno sussultare, eccitano ancor di più i miei sensi attenti e prolungano le mie apnee.
Lei si sposta tra le mie braccia mentre cerca nuove posizioni, io ne assecondo piano i movimenti sciogliendo il mio abbraccio quanto basta per non svegliarla, attendo che si assesti e poi la cingo di nuovo. Non è qualcosa che mi aiuta a dormire, ma mi aiuta a riposare.
Il mio sonno non è cambiato, passo ancora le mie notti sveglio, tranne rare eccezioni in cui sprofondo in un sonno senza sogni e senza coscienza alcuna, come morto. L’unico sonno vero di cui godo è quello che arriva dopo aver asciugato, fino all’ultima goccia, il sudore del suo corpo. L’unica vera cura alla mia insonnia è l’odore del suo piacere che rimane sulla mia pelle.
La pioggia è cessata, l’eco dei tuoni si fa debole e lontano. Alla fine se non resta la pazienza allora null’altro può sopravvivere.
L’amaro cibo della Pazienza è la Solitudine, è amaro per ricordare che, se mangiato in dosi errate, allora diventa veleno mortale.
Pubblicato su Annotazioni il Giugno 16, 2009 da Raul
Ore 00.54
“Smettila di rigirartelo!!!”
Guardo il monitor senza vederlo quando mi arriva quell’esclamazione da Fernanda mentre sorride. È stato qualche ora fa, lei era persa nei suoi pensieri dalla sua parte del tavolo, io nei miei, dalla mia parte del tavolo, e come al solito, da quando lo porto, mi rigiravo il mio Anello all’anulare sinistro.
Come ho detto a Fernanda stasera non è un tic involontario, è un gesto che faccio coscientemente, è come sfregare la lampada di Aladino ma senza che appaia alcun genio, appare qualcosa di più potente.
Il mio Anello…
…me lo rigiro di nuovo mentre raccolgo un altro po’ di pensieri stanotte.
Sono “a bolla” come dice Fernanda, ma lo sono solo fisicamente, l’alcol mi annebbia soltanto il corpo, mai la mente, è sempre stato così per me. Non ne conosco il motivo né mi interessa, ecco perché un certo tipo di persone mi guarderanno sempre senza arrivare neanche lontanamente a comprendere la mia vera natura.
Sembra che a partire dall’aprile di quest’anno le date siano diventate importanti. Tutto quel che cambia in maniera radicale la mia vita, o è importante per essa, sta accadendo in maniera ciclica sempre in due date ben precise, se fossi superstizioso non le direi ma non lo sono, almeno non ho bisogno di esserlo, ho abbastanza “forza di protezione” per me e Marzia, ho abbastanza “energia d’urto” per far passare ogni paturnia a chiunque possa osare anche solo compiere un pensiero negativo o in qualche modo lesivo nei suoi riguardi.
A chiunque, amici, parenti o estranei che siano, non fa differenza alcuna quando si oltrepassa un certo limite.
Mi rigiro di nuovo il mio Anello…
È uguale al suo, li ha presi lei una sera che eravamo insieme, dopo averli scelti di comune accordo. Mi disse: “faranno da sostituti mentre non saranno pronti quelli che devono fare apposta per noi”.
Me lo rigiro e non lo considero affatto un “sostituto”, mi sta bene così, mi sta bene questo Anello e quello che sta racchiudendo per me. Anche se è al mio dito da poco tempo ha già vissuto tante cose di me, e di conseguenza anche tante cose di Marzia. Non smetterò di portarlo neanche quando al suo posto potrò indossare la Vera nuziale.
Cambierà soltanto l’anulare sinistro per quello destro.
Pubblicato su Annotazioni il Giugno 6, 2009 da Raul
Ore 22.05
Su… su…
Più in alto, dove anche le nuvole sono bandite, dove l’orizzonte diventa curvo e il celeste chiaro sfuma piano nell’indaco più cupo.
Un altro confine… il Confine del Cielo, dove la temperatura ghiaccia le piume ed i raggi del Sole, al tempo stesso, le bruciano.
Gelo, calore… termodinamica allo stato puro, tutti gli stati, tutte le condizioni e nessuna.
Il Confine.
Salgo raramente quassù, ci vengo quando il Vasaio mi chiama. Ma lo fa molto raramente. Questa volta ci sono venuto da solo, nessuna Chiamata a cui rispondere, ci sono venuto per un mio impulso.
Neanche Gufo Triste arriva quassù, neanche i fratelli Falchi, il Confine del Cielo è il territorio di Tuono Dormiente… e del fratello Condor, il divoratore di cadaveri.
L’impulso è cancellare tutto, cancellare il Mondo, cancellare i Mondi. Restare solo, nel Confine.
A quest’altezza non ho bisogno di volare, posso rilassare i muscoli ed appoggiare le ali sul vento, irrigidirmi nel gelo dell’aria rarefatta, smettere di gridare e chiudere il becco trattenendo i tuoni.
Posso dormire qui, a occhi aperti e artigli chiusi, lasciarmi sospeso fino a quando i crampi non faranno contrarre i muscoli delle ali lasciandomi precipitare al suolo.
Non succederà, non resto mai a lungo nel Confine del Cielo, il Vasaio potrebbe accorgersi della mia presenza e non essendo stato chiamato non so come potrebbe reagire.
Non importa…
…sono presuntuoso.
La mia presunzione è come un cartellino attaccato ad una maglia nuova. La maglia non ne ha coscienza, ne ha soltanto colui che decide di attaccarvi il cartellino.
Non sento l’impulso di gridare, io, l’Uccello Tonante che tanto intimorisce il popolo rosso. Non elargisco tuoni adesso.
Voglio solo restare sospeso, lontano, cancellare i Mondi e prendermi lo Spazio, tutto, per me soltanto.
Per farci cosa?
Per tenerlo vuoto di tutto, tranne che dei colori.
Per tenerlo vuoto di tutto, tranne che dei pensieri.
I miei e quelli del Vasaio.
Ore 22.55
Non grido, il mio nome è Tuono Dormiente, un nome venuto dal Nulla, diretto verso il Nulla. Non emetto fulmini neanche per colpire i pensieri che vorrei disintegrare.
Li lascio cadere, non hanno ali… sono pensieri pesanti e neri. Li lascio cadere uno a uno, l’unico modo per liberarmene senza ferirLa è salire quassù, in perfetta solitudine, e poi lasciarli cadere in un bombardamento silenzioso. Senza bersagli, senza coscienza, assolutamente indifferente ai danni che potrebbero causare a coloro che ne fossero colpiti, senza sapere come, da dove siano piovuti e perché.
La mia presunzione…
Gli esseri umani sono piccoli, specie quelli che per venire quassù, al Confine del Cielo, hanno bisogno di ali di metallo.
La mia gioia…
Gli esseri umani sono grandi, specie quelli che aprono le mani invece di stringerle, specie quelli che restano in silenzio invece di parlare.
Un brivido, uno scatto delle ali, un pensiero fugace ed una reazione istintiva…
Salgo più su, non c’è quasi più ossigeno qui… l’indaco cupo ormai è quasi nero e le stelle brillano vivide nonostante il sole all’orizzonte.
È il mio tempo, è il mio spazio, sono solo dimensioni e sono le mie.
La tentazione di lasciare questo Mondo è forte, adesso, in questo mio tempo. Perché non c’è nulla di cui io abbia realmente bisogno.
Men che meno di questa mia carne.
Mi libero dei pensieri pesanti e neri, e più me ne libero più posso ascendere. Non ho mai pensieri pesanti e neri, ne conosco le origini, le sorgenti, le ho chiuse tutte ormai.
Tranne una.
Potrei ascendere, ora, domani…
…o l’inverno prossimo, il mio inverno prossimo, il mio tempo.
Potrei continuare a volare, in eterno.
Non grido…
Il mio nome è Tuono Dormiente, e sono l’emblema della Solitudine nella Solitudine.
Ore 00.45
Non c’è niente che chiami, realmente. Ora lo so, è solo il mio impulso.
La mia voglia di ascendere e liberarmi da ogni cosa, non sento catene di alcun tipo e proprio per questo trovo naturale il mio impulso a dirigermi Oltre.
In perfetta solitudine.
Un impulso che in questo momento sento forte, che spinge sempre più in alto le mie ali ghiacciate, irrigidite e stanche.
Uno sguardo verso l’alto, verso l’Oltre.
Uno sguardo dentro me stesso, verso due iridi celesti sulle quali ho amato camminare.
Uno scarto del corpo, calmo e naturale, la testa si curva di lato, verso il basso, chiudo gli occhi per un momento di intima sofferenza.
Scendo in una lenta picchiata, sospeso…
sospeso… piano… sempre più piano…
sospeso sul vento…
sospeso tra Cielo e Terra.
Tocco di nuovo terra, piano.
La tocco per due iridi celesti sulle quali amo camminare.
Ed Ella
pianse tutte le Lacrime del Mondo
e
tutte le Lacrime del Mondo
Piansero Lei
e
Tutti Coloro che Piangevano
Piangevano
per
Lei…
Iridi d’acqua
dovevano restare,
affinchè il Suo Amato, in esse
Placide,
potesse planare….
Nessuna di esse
si sarebbe sollevata
anche di poco per offendere una delle piume secolari.
Pubblicato su Annotazioni il Maggio 21, 2009 da Raul
Altri momenti del nostro viaggio in cabrio… eravamo praticamente a casa quando ci siamo fermati in coda ad un range rover fermo in mezzo alla strada. Era l’orario d’uscita della scuola elementare.
Era grazioso il contrasto tra quel grosso scatolone nero e la nostra auto cosi bassa che sembrava di stare seduti per terra quasi. Il suo braccio mi è passato davanti agli occhi quando, dopo aver spento il motore e tirato il freno a mano, ha sganciato la cappottina dal parabrezza e l’ha tirata giù lasciando che il sole inondasse l’abitacolo.
Sorrideva, e guardava dritta davanti a sé… i bambini sciamavano intorno a noi, camminando per strada, e tutti si voltavano a guardarci. “Che bella macchina!” Ho perso il conto di quanti lo hanno esclamato mentre sorridevo in silenzio.
Cinque minuti dopo era nel parcheggio, quando è scesa dall’auto dopo aver richiuso la cappottina, non è riuscita più a nascondere il suo nervosismo, ed io l’ho seguita più volte avanti e indietro, una per ogni cosa che credeva di aver dimenticato.
Era la prima volta che la vedevo, fisicamente, dopo più di un mese passato a parlarci soltanto. Di quella prima volta, di quel piccolissimo viaggio sulla sua cabrio ricordo un momento particolare, un momento di cui forse lei non ha memoria o non si è resa conto, occupata com’era a guidare ed a tenere a freno i suoi pensieri e le sue emozioni.
Un momento in cui non sono riuscito a trattenere il Lupo e, mentre guidava, mi sono voltato verso di Lei ho chiuso gli occhi ed ho avvicinato il mio naso alla sua spalla. Ho iniziato ad annusare ed aspirare sempre più a fondo il suo odore, e più mi lasciavo andare a quel gesto più forte batteva il cuore del Lupo. Ho dovuto raccogliere tutta la mia forza per distogliermi e tornare a poggiarmi allo schienale.
Entriamo in casa, le mostro la camera da letto e le dico che può lasciare là le sue cose intanto, poi le indico il bagno e la lascio tranquilla mentre mi avvio in cucina, un sms a Fernanda per avvisarla che siamo a casa e che va tutto bene.
Sono le 00.46 del ventuno maggio mentre scrivo, non ricordo di preciso cosa abbia fatto io nei momenti in cui non ero con Lei, né ha molta importanza del resto perché sono stati davvero pochi i momenti che non ho trascorso in sua presenza.
Quando è uscita dal bagno ha iniziato a girare piano per casa, nel salone, guardandosi intorno con i suoi occhi grandi e limpidi, sorridendo ha passato in rassegna ogni particolare, io la seguivo con lo sguardo e la prima cosa che ho notato è stato il suo modo di muoversi.
In punta di piedi, il busto leggermente proteso in avanti, le braccia lungo il corpo e gli avambracci leggermente piegati e protesi, con le mani aperte, come a percepire l’aria e l’aura circostanti. Movimenti flessuosi e aggraziati come quelli di un felino, messi in risalto dal suono dei campanellini della sua cavigliera che tintinnavano ad ogni passo. Mi sarei ricordato di quel momento ancora una volta, di notte.
Ogni tanto si girava a guardarmi, stavolta nessuno dei due portava gli occhiali, in silenzio mi guardava per un attimo, sorridendo, poi riprendeva la sua esplorazione.
Con calma.
Siamo usciti sul balcone del salotto, c’era sole e la vista delle colline le è piaciuta subito. Ad un certo punto si è poggiata alla ringhiera ed io mi sono avvicinato…
“Non ti avvicinare tanto… – mi ha detto allontanandosi di poco – …ho bisogno di un po’ di tempo”
Mi sono allontanato sorridendo, le ho detto qualcosa, una battuta per stemperare la tensione di entrambi, qualcosa che suonasse come un tono offeso e scherzoso al tempo stesso. Lei ha ridacchiato e poi si è avvicinata da sola.
Dopo un po’ siamo passati in cucina, poi sono arrivati gli altri. Lei non ha smesso un solo attimo di sorridere, specialmente con i suoi occhi. Mi sono dedicato ai fornelli insieme a Fernanda lasciandola tranquilla e seduta a guardare. A quel punto è toccato a me un po’ di nervosismo, Lei se n’è accorta perché sono riuscito a percepire il suo stato tra il divertito ed il soddisfatto mentre combattevo contro il disastro che avevo appena combinato infilando le cozze surgelate nell’olio bollente.
Quando mi sono girato dopo un po’ e Lei non c’era, era uscita sul balcone della cucina. Il cibo era sul fuoco a cucinare tranquillamente, l’ho raggiunta e mi sono tenuto a distanza.
“Tutto bene?” Le chiedo
“Si… solo… troppe percezioni tutte insieme, ho bisogno di un momento per assimilare tutto”.
Annuisco sorridendo e ritorno ai fornelli, il resto che segue sono scene di semplice vita familiare. Il pranzo, le parole scambiate e le battute.
Verso la fine del pranzo allungo la mano senza dire nulla e stringo la sua, leggermente. Non si volta a guardarmi, soltanto ruota leggermente la mano a sua volta per offrirmi una presa più naturale e comoda.
È stato il primo momento di “incontro”, alquanto imbarazzante per entrambi, ma tacitamente desiderato e condiviso davanti agli altri.
Pubblicato su Annotazioni il Maggio 19, 2009 da Raul
Non riesco a restare a letto a lungo, il Vento si muove brioso fuori della casa e preme alla finestra chiusa senza che io me ne renda pienamente conto, so soltanto che il giorno è arrivato e che sono perfettamente sveglio nonostante le poche ore di sonno. Ho tutto il tempo di ignorare i sorrisi del Vento che sembra non stia più nella pelle e dedicarmi solo a me stesso.
Una doccia fatta con calma, la lenta asciugatura dei miei capelli che sono tornati ad essere lunghi come nei giorni della mia giovinezza. Un’occhiata di sfuggita allo specchio che mi invita a prendere il rasoio e darmi una sistemata alla barba… quella chiamata la ignoro, va bene così… una trascuratezza che serva a ricordare che sotto la patina di civiltà sono un essere altamente selvatico, che i miei animali sono sempre sotto la pelle pronti a balzare fuori in ogni momento.
Un saluto a Laila, in piedi, tra una boccata di fumo e l’altra della mia sigaretta. Niente caffè, soltanto del succo di frutta, dolce, per spegnere le mie reazioni alle sue divertite battute mentre la percepisco sorridere nervosamente dall’altro lato del monitor.
Si diverte a punzecchiarmi perché le riduce l’ansia e perché forse per lei è come una piccola rivincita su di me, vuole esaltare un lato quasi infantile della mia umanità in quel momento ed io, che in un qualsiasi altro frangente l’avrei immediatamente smontata, sorrido e torno ai miei pensieri.
Il Vento entra dalla finestra della cucina, mi invita ad uscire ed io guardo l’orologio sulla parete… ancora un po’, ancora un quarto d’ora, il tempo di finire la mia sigaretta.
Sono le dieci e quarantacinque quando mi chiudo il cancello alle spalle e mi incammino, la borsa della reflex è con me anche se so perfettamente che non la userò. Incrocio delle donne anziane che si fermano a guardarmi da dietro i loro occhiali da sole, anche se non vedo fisicamente i loro occhi mi arriva tutto il loro stupore, è come se stessero guardando chissà chi, chissà cosa… poi le loro labbra semiaperte ed attonite si distendono subito in un sorriso quando mi volto per guardarle e darle il buongiorno.
Trenta passi, soltanto trenta passi sulla strada e l’energia comincia a salire dal terreno. La prima cosa che salta sono i muscoli delle gambe, dalle caviglie alle ginocchia è un unico groviglio di crampi dolorosamente lancinanti. Non altero il mio passo, né la velocità dell’andatura, calma, costante, la mia tipica andatura lenta ed inesorabile, come quella del Tempo.
Arrivo all’incrocio dove avevo convenuto con Fernanda che sarei rimasto ad aspettarla, mi guardo intorno e pigio sul pulsante del semaforo per avere il passaggio libero, attraverso la strada e continuo a camminare, un paio di chilometri, forse più, forse meno… non mi fermo, so già dove voglio che mi trovi. Arrivo alla rotonda sotto il cavalcavia e mi siedo sul muretto al bordo del marciapiede, sono proprio di fronte alla strada su cui spunterà, mi rullo una sigaretta e scambio quattro chiacchiere al telefono con Fernanda, lei si preoccupa dicendo che sono in anticipo e che dovrò aspettare un bel po’, io sorrido e la rassicuro che va bene così, poi chiudo il cellulare e torno ai miei pensieri.
C’è il tempo che serve per penetrare a fondo tutte le dimensioni di quel momento, per penetrare completamente il luogo che mi circonda.
Sorrido alle occhiate stranite che mi rivolgono le persone dalle macchine che attraversano la rotonda.
Il tempo passa, sono calmo e rilassato e comincio a sentire l’aria che la precede spingere verso di me dalla strada di fronte. Abbasso gli occhi sulle mie mani e rullo un’altra sigaretta, quando l’accendo so che è a meno di cinquecento metri dall’incrocio, in fase di rallentamento dietro una piccola coda di auto.
Accendo la sigaretta ed aspiro, sbuffo via il fumo e sollevo la testa, l’istante che segue appare la cabrio blu e si ferma all’incrocio, quasi timida…
mi ha visto… seduto all’ombra del cavalcavia, sul lato opposto della rotonda rispetto a Lei.
Appena riparte e si infila decisa nello spazio tra le altre auto, iniziando a curvare e poi avvicinandosi per accostare piano, inizio a scuotere la testa sorridendo ed abbassando gli occhi sulla strada davanti a me fino a quando non la vedo occupata dalla parte bassa della fiancata della sua auto, poi sollevo lo sguardo e vedo Lei, nell’ombra della cappottina tirata su. Capelli corti, sorriso aperto e gli occhiali da sole che ha scelto come scudo contro di me. Sorrido e mi alzo lentamente, mi avvicino e apro la portiera, un rapido saluto e poi subito inizio a fare il “cattivo”, provocandola le indico la sigaretta e le chiedo il permesso di fumare in macchina.
Continuo a fare il cattivo, dopo essermi seduto resto in silenzio a guardarla da dietro gli occhiali che, polarizzati dalla luce solare, sono abbastanza scuri da nascondere i miei occhi. Sorrido in silenzio mentre sento il suo imbarazzo che cresce. È il momento in cui posso godere del vantaggio della mia calma, a dispetto di lei.
Mi diverte quando ad un certo punto, inciampando sul primo respiro, mi chiede in che direzione deve proseguire.
Gliela indico e mi giro a guardare verso la strada, le offro un momento di calma e di tempo per riprendere il centro di se stessa. Lo passo dando una rapida occhiata all’interno della cabrio.
Cruscotto impolverato, come la carrozzeria, tappetini non spazzati, vari sedimenti in giro negli interstizi. La voce del suo motore invece è chiara, forte e… unica. Non preme sull’acceleratore ma anche così il suo sommesso rombo mi sussurra all’orecchio interno delle piccole modifiche che lo rendono speciale. Lei segna questo punto a suo favore senza neanche saperlo, la sua auto non è pulita fuori, ma è curatissima sotto la pelle. Proprio come piace a me. Provo subito il desiderio di poterla guidare.
Pian piano riporto gli occhi verso di Lei, con calma, mi fermo sulle sue mani mentre reggono il volante. Mi piacciono subito, sono grandi quasi quanto le mie, stesso aspetto, stesso dorso tracciato dalle vene in risalto e dai legamenti che si tendono ad ogni movimento. I suoi polsi sono sottili, ed hanno tre anelli, proprio come i miei. Sorrido ancora.
Mi giro guardarla in volto. Lei sorride e per un attimo solleva i suoi occhiali ed io ne approfitto immediatamente, sollevo i miei e la guardo dritta negli occhi, è solo un istante ma mi basta.
“Smettila… – mi dice sorridendo – …riabbassa subito gli occhiali e smettila di guardarmi, non è il momento adesso”.
Non se ne accorge ma aumenta impercettibilmente la pressione sull’acceleratore, la velocità rimane costante ma la voce del suo motore si lascia scappare un momentaneo ed impercettibile ruggito di nervosismo. Si è agitata ed ha scaricato subito l’onda sulla sua cabrio, ha un bel rapporto con la sua macchina e la cosa mi piace. Come previsto, dopo qualche decina di metri, mi entra in panico e mi dice che deve fermarsi subito perché l’auto sta per andare in ebollizione. Il tono della sua voce è leggermente più alto anche se resta divertito, si distrae un momento quando le dico di accostare, abbassa il capo a guardare intensamente il cruscotto per qualche attimo
“No… no… – dice contraddicendosi – …tranquillo”
Lo dice a me ma in realtà serve a lei, io le guardo la curva dei seni che si sollevano indicandomi che sta respirando a fondo. Sorrido mentre la osservo come riprende il controllo di sé e della sua cabrio.
Arriviamo fino a casa senza alcun problema, l’unica piccola concessione, il piccolo regalo che mi ha fatto durante il tragitto, è stato quello del gesto fatto con la mano quando con lentezza misurata l’ha spostata sullo stereo ed ha fatto scorrere due o tre canzoni per cercarne una in particolare che in realtà non desiderava affatto ascoltare in quel momento.
Mi stava solo facendo notare che aveva su un cd con tutti i brani che le avevo spediti io.
Pubblicato su Annotazioni il Maggio 14, 2009 da Raul
14 Maggio 2009 – ore 12.36
Non ho la minima idea di cosa potrei dire, non ho la minima voglia di pensare. Apro la mia pagina bianca e mi ci metto davanti senza neanche guardarla, spengo tutto il resto tranne la musica e scrivo solo per evitare di tenere la mente in questo mondo.
È giovedì, è ancora solo giovedì e io sono cosi lontano dalla comprensione di questo evento, di questi trentatré giorni passati tra Bianco e Nero, tra amore e dolore. Non ha molto senso quello che scrivo oggi, non ha un inizio reale e questo vuol dire che potrei continuare avanti all’infinito, perché quello che non ha inizio non ha neanche fine.
Stanotte, anche se sono qui a casa di Fernanda, non sono riuscito a chiudere occhio, come quando mi trovavo ancora nella mia vecchia vita.
Non è colpa di nessuno, soltanto mia, della mia ostinazione.
Si, sono io che mi regalo le mie notti insonni, è vero, non posso certo dare la colpa a nessuno. Non voglio dare la colpa a nessuno.
“Un uomo come me, quando ha sete beve vino…”
Oggi non ho fame alcuna, gli odori del pasto della mia ospite non mi hanno provocato la minima reazione al mio corpo, oggi ho solo sete e quindi faccio una cosa, mi verso un bicchiere di vino.
Un bicchiere di primitivo, buono, me ne piace anche il nome… mi somiglia, anche se lui è più “amabile” di me in questo momento.
Stamane mi sono addormentato verso le sei credo, mi sono risvegliato alle otto, poi di nuovo alle nove, alle dieci mi sono alzato e mi sono infilato sotto la doccia. Poi sono venuto in cucina ed ho acceso il computer. Mi martellava in testa la canzone “Confesso che ho vissuto” avevo voglia di ascoltarla e riascoltarla fino alla nausea, l’ho fatto.
Poi ho acceso il messenger, c’era Laila… a differenza degli altri giorni non mi sono affrettato a darle il buongiorno.
Lo ha fatto lei dopo pochi minuti, un sorriso ed un ciao, io le ho risposto solo con un ciao e poi a monosillabi per le domande seguenti. Per un po’ è stata in silenzio, ha capito benissimo che qualcosa non andava, si è presa un po’ di attimi prima di riprendere a parlare.
Poi abbiamo chiacchierato un po’, come sempre abbiamo parlato di Lei, finisco sempre a parlare di Lei con Laila, mi ha fatto bene, sono stato calmo anche se un po’ sofferente e sono riuscito ad evitare la pioggia.
Il primitivo è davvero buono, si lascia mandar giù che è un vero piacere. Non esagero, quanto basta per aiutarmi a restare seduto invece che piegato in due sul pavimento.
“Un uomo come me porta un lupo nel cuore….”
Il resto del verso non ho neanche bisogno di aggiungerlo, ormai è diventata una barzelletta anche con Fernanda, la sera, quando ogni tanto tiro fuori i miei “te l’avevo detto io, te l’avevo detto” e poi ci ridiamo su.
Finirà come ieri, già lo so, io che vado a sedermi sulla sedia a dondolo, leggo e dopo un po’ mi assopisco e quell’ora di dormiveglia popolato di sogni mi restituisce l’equilibrio della nottata persa.
Quanto manca a domenica? Solo altri due giorni e mezzo? Mi sembra che sia un giorno che non arriverà mai invece.
“C’è quest’aria ancora insanguinata di parole che ho parlato io…”
C’è quest’aria stamattina. Ed ora che sono di nuovo solo qui a scrivere, se ci fosse pioggia non mi dispiacerebbe, ma non c’è, non arriva neanche quella adesso. Solo un sapore amaro in bocca che devo scacciare con un sorso di primitivo ogni tanto.
“…E i sogni che ho sognato e disegnato…”
Che si affollano tutti intorno a me, si mettono in cerchio e si siedono e mi chiedono soltanto attenzione, ed io invece non riesco a non abbassare la testa e gli occhi e dirmi…
“Se troppo ho immaginato e camminato, ma con occhi da sorprendere, e un cuore per comprendere…”
“E se c’è ancora Luce è grazie a Dio…”
Credo che i sogni che ho sognato non siano mai stati tanto tristi come adesso, che mi guardano e piangono al posto mio, e mi fanno espressioni struggenti e mi salterebbero al collo per abbracciarmi e confortarmi se solo li guardassi.
Ma tengo la testa e gli occhi bassi, non guardo niente, neanche la tastiera su cui digito adesso.
Ed ho solo voglia di spegnermi, adesso, e per questo finisco di botto il mio primitivo, chiudo qui questa pagina e me ne vado sul letto direttamente invece che sulla sedia a dondolo.