Archivio per Novembre, 2008

“Non esistono le casualità, esiste solo l’inevitabile”…

Posted in Annotazioni on Novembre 29, 2008 by Raul

…così dice la strega dei desideri di un famoso anime delle CLAMP. Che il caso non esista sono il primo a sostenerlo, riguardo l’inevitabilità invece ho una prospettiva un pò più semplice: il destino.

Sento per certo che la vita di una persona non è completamente modellata a priori da forze, superne o inferne che possano essere, e in questa ottica non si dovrebbe parlare quindi di destino perché una predeterminazione tale non esiste a nessun livello dell’esistenza, basta semplicemente ricordarsi della presenza del Caos per rendersene conto. Sento per certo però che esistono eventi a cui le persone non possono sottrarsi, non parlo soltanto della Morte, che rappresenta di per sé l’unico evento certo e predestinato per ogni cosa; parlo di specifici eventi invece, comuni nel loro genere ma unici nella predestinazione delle vite dei singoli, che siano persone o sassi.

Allora in questi termini posso accettare di parlare sia di “destino” che di “inevitabilità”. Ci sono cose a cui non possiamo sottrarci, strade che non possiamo evitare di percorrere neanche volendo, errori che non possiamo evitare di commettere in alcun modo. A pensarci bene su, questa è una condanna ed un sollievo al tempo stesso.

E ci sono cose che possiamo allontanare con tutte le nostre forze…

…in un modo o nell’altro torneranno, se sono destinate a noi torneranno. No, non mi sono espresso bene, la considerazione giusta è: se siamo destinati a loro, torneranno. Perchè come ho detto prima gli eventi in sé sono generici, siamo noi la variante dell’equazione, quelli che hanno obblighi sottili, manifesti o latenti, di passare attraverso determinati punti dell’esistenza.

 

La mia reflex è tornata dalle vacanze, finalmente, il dispositivo di pulizia del sensore ottico è stato sostituito, ora dovrei preoccuparmi un po’ per me stesso e cercare di riparare il riparabile prima che gli sporadici momenti in cui mi sento un relitto diventino uno status perenne.  

Nonostante tutto conservo un certo distacco com’è mio solito, secondo il mio naturale modo di essere, senza preoccuparmi dei se e dei ma del fatuo Regno Condizionale. Per molti appare come semplice indifferenza.

Per molti può restare tranquillamente tale con la pace dello spirito di entrambe le parti.

Ma si… una sigaretta prima di dormire, è inevitabile che smetterò e questo lo sento benissimo, ma non stanotte. E mentre arde sfrigolando, insieme al fumo sbuffo fuori ancora qualche pensiero, prima di dormire.

Non ho più risposto a Will, un po’ perchè non saprei cosa dirgli in questo momento, o forse semplicemente perchè mi frena il dover scrivere in inglese. Il fatto che sia uno dei miei musicisti preferiti invece no, non mi imbarazza, è solo che sono mediamente incorporeo in questa fase della mia vita. So già cosa voglio dirgli e cosa voglio dargli, quello che mi manca è solo la predisposizione fisica e mentale per poterlo fare.

Sempre questo cavolo di inglese, se avessi dovuto imparare a scrivere in giapponese credo mi sarei sentito più a mio agio, non riesco proprio a farmi cadere bene la lingua inglese nonostante le mie ex insegnanti non facessero che ripetermi quanto ero bravo. Forse ha qualcosa a che fare con un certo tipo di imposizione, sono sempre stato un ribelle.

Ecco perchè riesco ad accettare l’inevitabilità.

Sui Sogni e sui Sognatori.

Posted in Annotazioni on Novembre 20, 2008 by Raul

Dicono che i sogni sono una cosa stupenda, che aiutano a vivere e che permettono a chi li coltiva di trovare la forza per raggiungere le proprie mete. 

Ogni volta che ho parlato di sogni con qualcuno, non sono mai riuscito a capire a che tipo di sogni si riferisse e quando provavo a fare domande per chiarirmi le idee allora ricevevo sempre risposte che di chiaro avevano solo la loro vaghezza.

 

Scrivo quest’annotazione, stasera, perchè devo concludere un dialogo sul ruolo del sognatore che mi è capitato di cominciare l’altro ieri con una persona. Si parlava di modi di essere, di profondità e superficialità, quando improvvisamente la parola cadde senza che me ne accorgessi veramente, fino a quando l’eco del suo tonfo non raggiunse ogni angolo della mia mente…

…sognatore.

Mi è già capitato di scrivere in passato, sul vecchio blog, cosa ne pensavo riguardo ai sogni; adesso dirò soltanto che le cose non sono cambiate. Ho un rapporto particolare con i sogni, do una grande importanza ai sogni che si fanno di notte, da addormentati, viceversa dei sogni che si fanno da svegli ho la stessa considerazione che potrei avere davanti ad un lavoro artigianale: non importa se è fatto bene o male, si tratta comunque di un lavoro artigianale.

Il punto di partenza del discorso era semplice: la vita. Non importa se odierna o arcaica perchè le obiezioni che sussistono oggi erano le stesse di millenni fa: ogni volta che una persona travalica i fittizi limiti di pensiero che la società cosiddetta civile impone ai suoi appartenenti, quella persona viene definita sognatore, uno che sogna a occhi aperti, o semplicemente una persona che non ha la testa sulle spalle e non ha i piedi saldamente piantati per terra. Il discorso si interruppe a questo punto, su mia richiesta, considerato il tempo tiranno e la mancanza di spazio per una risposta che fosse abbastanza onesta ed esauriente, così mi sono riservato di affrontare l’argomento in questo articolo in modo da poter dare una chiara visione della mia prospettiva sull’argomento.

 

Quando la mattina ti svegli e apri gli occhi è come se tornassi indietro dal mondo dei morti. Ti serve qualche minuto, a volte anche di più, per scacciare i residui di sonnolenza e quello che fai è cercare le cose concrete che ti circondano e testimoniano la tua appartenenza al mondo in cui vivi. Vai in bagno e cerchi il tuo spazzolino da denti, l’asciugamano messo al solito posto e la spazzola per i capelli sono là che ti dicono “si… questa è casa tua e tu sei di nuovo qui per vivere un altro giorno della tua vita, concreto e reale e appartenente solo a te, come lo siamo noi”.

Dopo il bagno vai a fare colazione, la prepari per te, per coloro che vivono con te, la servi in tavola e mentre mangi scambi parole con le persone che ti sono vicine: “mi raccomando non fare tardi”, “ricordati di prendere tutto prima di uscire”, “non correre, stai attento”…

Alla fine esci anche tu, lavoro, faccende, la solita liturgia del vivere quotidiano insomma. Esci dalla porta di casa e il mondo ti investe, ti attraversa senza che tu te ne renda veramente conto. L’aria, il vento, i raggi del sole e gli echi dei suoni che viaggiano sull’aria. Punti alla macchina e appena ci sali e richiudi la portiera il tuo essere reagisce d’istinto, è come se fossi di nuovo fuori dal mondo anche se non è così.

Ovviamente è lo stesso anche se usi la metro, o il treno, o qualsiasi altro mezzo di locomozione.

Sei al lavoro, o a sbrigare faccende, ti guardi intorno e tutto quello che vedi sono delle foto in movimento. Il vecchio che passeggia lentamente sul marciapiede, con un giornale sotto il braccio, diretto ad una panchina chissà dove; una ragazza ti viene incontro ad andatura sostenuta, quasi correndo, con l’espressione manifestamente decisa di chi sa cosa vuole e dove vuole arrivare, dopo pochi passi qualcuno la chiama dal lato opposto della strada, tu te ne accorgi subito ma lei ci mette un bel pò prima di farlo e quando finalmente si volta, l’espressione decisa che aveva sul volto evapora in un attimo lasciando allo scoperto il grande smarrimento che in realtà vi era celato sotto. La fruttivendola ripete il prezzo della lattuga tutte le volte che glielo chiedono, anche a quelli che lo conoscono già, seguendo un meccanismo implicito… il cassiere alla banca fa lo stesso, cambia solo il tipo di merce venduta.

Una pausa qua e là, come macchie di genio sulla tela di un quadro astratto che resta incomprensibile nonostante tutta la buona volontà di questo mondo. Quattro chiacchiere con il conoscente incrociato per caso, parole senza alcun contenuto proferite per la sola esigenza di sentire tangibilmente che sei vivo e sveglio, che sei quello che la società si aspetta da te: un buon cittadino; per testimoniare che hai un legame col tuo prossimo. Le file al supermercato e alla posta, le lamentele in sottofondo, sussurrate ripetutamente come i rosari in chiesa nei bui pomeriggi invernali, finchè non diventa un automatismo anche quello. 

La giornata di lavoro e di faccende finisce, se c’è tempo passi a prendere il caffè da un’amica, fai quattro chiacchiere anche con lei e se hai fortuna hai di che ascoltare, altrimenti fai come hai fatto col conoscente incrociato durante la pausa.

 

Rientri in auto e ti dirigi verso casa, quando esci dalla macchina di nuovo il mondo ti attraversa…

…ti dirigi in fretta verso la porta e appena la varchi il senso di sollievo ti invade, sei a casa!

Come se fossi in un altro mondo, in un’altra realtà.

Metti l’acqua sul fuoco, tagli la cipolla senza neanche fare caso al suono dei vari strati che cedono sotto il coltello, quel sottile suono di fibre in lacerazione lasci che sia sovrastato dal chiacchericcio del talk show che cola irrimediabilmente fuori dal tuo televisore acceso. L’odore del cibo che cuoce invece non si lascia ignorare. Metti i piatti in tavola, le posate e i tovaglioli. 

Ti siedi a tavola con le persone che vivono con te, mangiate e scambiate quattro chiacchiere… “è andata bene?”, “oggi la frutta è rincarata”, “ho dovuto fare tutto di corsa”, “ormai bisogna fare sempre tutto di corsa, è la vita”.

Quando è buio ed è tardi allora ti rintani da qualche parte, spendi in silenzio le tue considerazioni sulla giornata trascorsa o semplicemente cerchi di rilassarti in qualche modo. Finisci il più tranquillamente che puoi la tua giornata e poi ti metti a letto, raggiungi di nuovo il mondo delle ombre fino al mattino seguente.

Raramente ricordi i sogni notturni.

Non ci vuole molto a scrivere il resoconto di una giornata di vita quotidiana, quello che si perde tra le righe invece è lo spirito che anima ogni singola persona che la vive. La giornata descritta è la vita di tutte quelle persone che lavorano, badano alla famiglia o ai figli, cercano di migliorare la propria condizione secondo le loro personali aspirazioni e quant’altro. Una vita tanto apparentemente semplice quanto complessa, semplice nella sua ciclità e complessa per quel che riguarda le aspettative o gli effetti che ha su chi la vive. Ecco perchè le persone hanno bisogno di sogni.

Ma se una persona, durante la sua giornata, interrompe più spesso del dovuto questa liturgia per dedicarsi ai sogni allora qualcosa scatta, le persone che ti circondano e che sono costantemente divise da ideali, mete e opinioni, diventano un corpo unico nel reagire prontamente e rimproverare determinati atteggiamenti, allora inizi ad ascoltare le frasi, solite anche quelle: “pensi troppo”, “ti distrai dalle cose importanti“, “sognare è bello ma non ci cavi nulla di concreto”, “se sei un sognatore non combinerai mai nulla di buono nella vita” e via dicendo, non c’è fine alla varietà di espressioni che vengono usate per criticare chi, per scelta o per caso, si è scostato il paraocchi.

Questi sono i veri sognatori, la vita che conducono è il loro vero ed unico sogno a cui aspirano costantemente per potersi sentire vivi, non desiderano di più anche se magari dicono il contrario. Molti vivono così per scelta, perchè il loro desiderio era poter crescere dei bambini ed avere una famiglia, altri solo per l’amore del proprio partner, altri ancora per desiderio di potere, di quel poco di potere che riescono a raggiungere attraverso il loro modo di vivere. 

La Carriera, gli Affetti, la Società… queste tre cose sono le ragioni principali a cui uno schiavo si afferra quando critica sempre, e con veemenza, un certo tipo di libertà.

La quarta ragione, la più vera, è una miscela composta dall’invidia per quella libertà, dallo sgomento nel vederla realizzata da un’altra persona e dall’incapacità di capire come ci si possa riuscire.

Oggi, più che nel passato, le persone vivono una vita prefabbricata, con mete e scadenze imposte dal profitto di pochi, i sogni non sono ammessi se non possono essere marcati col nome di qualche regista o scrittore più o meno famoso e quindi sdoganato dalla censura; si lasciano svuotare di quanto di più sacro, personale ed intimo hanno in cambio di uno sconto sull’elettronica o di un contratto a tempo parziale. Accettano incondizionatamente qualsiasi cosa la televisione o la stampa gli presentino, lasciano che le cose veramente importanti della vita siano messe a rischio per mere questioni di profitto, si lasciano privare di valori ed ideali concreti in cambio di valori ed ideali artificiali. Si lasciano privare dei loro sogni per vivere quelli, falsi, interpretati dagli altri.

Lo fanno per proteggere i loro figli, o le persone a cui tengono.

La scusa è questa.

A questo punto ti chiedo: chi è che dorme e chi è che è sveglio? 

Chi sono i veri sognatori? 

Tu questo volevi saperlo da me l’altro ieri, volevi sapere cosa ne penso, beh… la mia risposta finora è stata un pò lunga, articolata più del dovuto di sicuro, ma chiara.

Sono circondato da una società di sognatori, ovvero di gente che fruisce di un sogno indotto al solo scopo di poterli spremere di ogni loro risorsa materiale e spirituale. Come i mangiatori di loto di cui scrisse Omero, le persone mangiano la loro dose quotidiana di stupefacente attraverso la tv ed i giornali, tra una sfilata di moda ed un cartellone pubblicitario. La mattina aprono gli occhi e si collegano ad una realtà onirica artificiale, ma bisogna capirli, lo fanno per proteggere i loro figli, lo fanno per lasciargli un pianeta migliore.

 

Io adoro sognare, anche se dormo poco e male. Ogni volta che mi addormento faccio sogni di una vividezza estrema e mi muovo in essi con la padronanza propria di chi sogna e sa di stare sognando, perchè ogni volta che sogno mentre dormo, so perfettamente di stare sognando. Ma quando apro gli occhi allora smetto di sognare, quando apro gli occhi li apro davvero, forse fin troppo.

Mi capita di andare in giro e fare foto, a volte fotografo paesaggi che mi colpiscono particolarmente per l’intensità dei colori o per qualcosa che vedo e mi colpisce al punto di volerla fissare su una foto. Mi sento dire a volte: “che tramonto da sogno”, “che posto incantevole, sembra un sogno”… non finisco mai di allibire quando mi scontro con persone che confondono totalmente sogno e realtà.

 

Alla fine dei conti hanno proprio ragione loro, ci vorrebbero meno sognatori.

Kuma Senpai – La Fase REM

Posted in I Racconti Presunti on Novembre 17, 2008 by Raul

Kuma Senpai aprì gli occhi di colpo con un ruggito selvaggio che scosse anche il buio della notte. Annaspando in cerca d’aria scattò a sedere con tutto il peso della sua mole proteso in avanti, digrignando i denti e sbuffando si diede una spinta con le zampe posteriori ed iniziò a correre verso l’uscita della caverna in cui si era rintanato a dormire…

Tonada de Luna llena

Posted in Musica on Novembre 14, 2008 by Raul

Vueltas y Rodeos.

Posted in Annotazioni on Novembre 12, 2008 by Raul

Creo que es algo intimamente conectado al dolor…

Siento mucho no haber puesto el teclado por el idioma espanol por lo que no iràn a salir las justas letras de vez en cuando. Tampoco sé el porque esta noche me entraron ganas de escribir en un idioma que no es el mio.

Puede que esta noche no me quiera sentir quien soy.

Recuerdo dias lejanos, perdidos màs de diez anos atràs, recuerdo la naturalidad adquirida no en el aprender a hablar otro idioma sino la capacidad de llegar a pensar directamente en espanol… pero este no es el argumento de esta noche.

He dado otra vuelta, cerrando dos blog y recuperando parte de los articulos que escribì en ellos. También he iniciado algunos cambios en este y en la oficina. Sigo esperando que arreglen de una vez mi reflex y despuès…  despuès lo pensarè. Menuda mierda que està hecha mi vida.

Al Shalaten

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

La strada per Al Shalaten è rovente, mi chiedo se esista qualcosa in Egitto che non sia rovente, almeno qualcosa di quello che c’è sotto il sole.

La strada è sempre quella, una interminabile linea scura di asfalto ricoperto di polvere di deserto che corre parallela alla costa, il panorama potrebbe sembrare sempre lo stesso, eppure non lo è, eppure non posso fare a meno di vedere quanto cambiano le cose sulla linea rocciosa dell’orizzonte a occidente. Il deserto non piace a molti, anzi, non piace quasi a nessuno quando ci si trova dentro; forse è per questo che le persone gettano immondizia ovunque, anche qui, per rendere i luoghi più “umani”, per poterli comprendere meglio.

Al Shalaten è al confine con il Sudan, l’antica Nubia… I suoi abitanti sono per la maggior parte di pelle nera, beduini, gente che del deserto ha fatto la propria casa, la propria anima, e vive di ciò che il deserto offre. In questo caso i dromedari, perchè Al Shalaten è la capitale egiziana del commercio dei dromedari; la cittadina è uno strano ibrido, è fatta di fabbricati grezzi e non terminati, germe di quello che sarà la città nei prossimi anni. Ricchezza di commercianti che crescono generazione dopo generazione, questi fabbricati vuoti, con i pilastri lasciati spuntare dal solaio e le pareti non intonacate, sono i fantasmi di cose che ancora non esistono; mi dicono che ogni possidente di Al Shalaten costruisce le fondamenta ed il primo piano di un fabbricato, ma non lo termina, aspetta che siano i suoi figli a farlo. E’ una sorta di tradizione, di testimonianza di una famiglia che cresce, e che prospera. Nel frattempo loro, i beduini, tutti possidenti da queste parti, tutti ricchi perchè i dromedari rendono, tutti ricchi perchè i beduini alla fine dei conti hanno poco da spendere perchè un uomo del deserto non ha bisogno di lussi, tutti ricchi come solo un uomo del deserto può essere. Nessuno patisce la fame in questa parte di Africa spoglia, rocciosa, rovente e ricoperta di sterco di dromedario, nessuno ha bisogno di aria condizionata e perrier, di gucci o di ferrari. Tutto quel che serve, mezzi di trasporto, cemento e parabole satellitari, è ben presente, tutto il resto è l’unica e vera vita dei beduini: le tende sotto le acacie, i ristoranti di specialità a base di carne di dromedario, i negozietti straripanti di erbe e incensi, moschee e minareti.

Dromedari, mai visti così tanti, tutti insieme… nel centro di quarantena, sotto il sole cocente, dove vengono lasciati i canonici quaranta giorni di osservazione. Controllo salute e malattie, i più forti ottengono la certificazione, poi seguono quelli che sono destinati al macello (a poca distanza dal centro di quarantena) e poi quelli che sono destinati a non uscire vivi dal centro, i più deboli, gli ammalati. Alle spalle del centro di quarantena non c’è nulla, solo un altro pezzo di deserto circondato da strade asfaltate e affollato da beduini e dromedari, è la “piazza” dove avvengono le contrattazioni, dove affluiscono i compratori da ogni parte dell’Egitto. Dove affluiscono anche gruppetti di deliziati turisti che passeggiano e si guardano intorno osservando tutto e facendo foto ai dromedari, loro invece sono quieti, calmi e dignitosi e silenti per lo più, osservano i turisti, uniche macchie di colore che si aggirano tra il bianco accecante delle vesti dei beduini.

Dall’altro lato della cittadina, la collina dove i dromedari vengono caricati sui camion che li porteranno fino al Cairo, consegnati agli acquirenti che li destineranno al lavoro, al turismo o alle corse. Camion con le sponde metalliche senza copertura, camion che per raggiungere la capitale impiegheranno più di 24 ore. Ore che i dromedari passeranno senza potersi muovere, costretti in posizione seduta, stipati l’uno sull’altro, senza né cibo né acqua per tutta la durata del viaggio, semplicemente aspettando e vedendo morire il venti per cento dei loro compagni durante il viaggio, dromedari che non arriveranno vivi a destinazione. Commerciare dromedari significa anche questo, i beduini lo sanno, i compratori lo sanno, ci si regola di conseguenza… come per tutte le cose.

La Sveglia – Terra di Roccia

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

La sveglia.

È difficile scrivere un resoconto di viaggio a distanza di un anno dal suo compimento. Per natura sono portato a dimenticare le date perché ogni volta che ho vissuto qualcosa di intenso, il tempo ed i calendari hanno smesso sempre di esistere, e se mi fermo a pensarci mi rendo conto che sono poche le cose che non ho vissuto intensamente in questi trentasette anni di vita. Avrei dovuto scrivere allora, avrei dovuto annotare, regolare e disciplinare come un buon reporter. Non l’ho fatto, quindi ora sono costretto a ricucire un insieme di brandelli, un insieme di pezzi che non hanno la giusta continuità temporale tra loro ma che per me hanno la giusta continuità temporale in termini di percezione.

Mi sveglio quasi sempre dopo il sole, mi è difficile farlo prima data la mia natura di animale notturno, di Gufo Triste. Il momento più importante sono quegli attimi in cui ho ancora gli occhi semichiusi e sto richiamando lentamente tutte le nove parti del mio essere allo stato di veglia cosciente, sono attimi che se ho la fortuna di passare in silenzio, o accompagnato solo dai suoni della natura, cementeranno i pilastri su cui poggerà la mia intera giornata. Poi mi alzo e mi incontro con l’acqua, me la lascio scorrere addosso per qualche minuto finché non sento che si è impadronita completamente della mia pelle, a quel punto sono pienamente sveglio ed inizio la mia giornata. Cosi è sempre, ogni mattina che apro gli occhi.

Esco dal bagno e mi vesto, raggiungo la mia borsa da “combattimento” e la apro, estraggo la mia arma preferita per questo tipo di servizi, una reflex analogica semiprofessionale, la carico con una cartuccia di pellicola, richiudo lo sportello e sorridendo ascolto con un brivido di piacere il suono dei servomotori che trascinano la pellicola e ne bloccano il primo fotogramma. Mi sento come un soldato che carica il fucile e fa scorrere l’otturatore per caricare il colpo in canna, mi sento meglio di quanto potrebbe mai sentirsi un soldato, cosciente che non assassinerò nessuno, se non forse qualche coscienza sporca.

Mi assicuro che gli obiettivi siano al loro posto, ben tappati, distribuisco ovunque, nella borsa e nelle mie tasche, altre pellicole da poter sostituire in fretta ma non troppo, richiudo il tutto e lo indosso e solo alla fine metto a tracolla la reflex. Sono pronto ed esco dalla stanza dell’hotel.

Terra di Roccia.

Terra di Roccia è ovunque io volga lo sguardo intorno a me, una volta fuori della mia stanza. È la dimensione in cui mi muoverò per una settimana, il pilastro su cui poggia tutto quello che vedrò e che vivrò in quei sette giorni di permanenza in Egitto, il minimo che possa fare è conoscerla come merita.

Non si lascia mai vedere chiaramente fino all’orizzonte, nonostante la violenta luce solare che la sovrasta, è nuda ovunque la si guardi, ma si lascia scoprire davvero solo se si abbassa lo sguardo sui propri piedi e si osserva attentamente cosa è che li sostiene. La prima cosa che mi colpisce di lei sono dei riflessi sulla sua superficie che si possono vedere solo da una certa distanza e che mi fanno sembrare che sia sporca. Assumono l’aspetto di aloni, o di striature, nere; sono come le macchie che restano sulle mani quando si tocca la fuliggine o il carbone, o quando si cambia una ruota forata senza usare i guanti. È così che mi sento in quel momento, ho la sensazione fastidiosa che avrei se avessi le mani sporche accompagnata dall’intensa brama di ripulirle, di lavare quella terra; non mi piace quello che sento in quel momento, Terra di Roccia è troppo dolorosamente bella per dover essere sporca, è già abbastanza sporca di sacchetti e bottiglie di plastica vuote e schiacciate per poterlo essere anche di se stessa, eppure questo è parte integrante del suo aspetto.

Passo un pò di tempo con una espressione corrucciata sul volto, non mi sta bene per nulla, non accetto questa cosa e ne distolgo lo sguardo osservando per qualche minuto i miei piedi, la parte di terra che è nelle mie immediate vicinanze e che mi sostiene, non noto alcuna traccia di quella sporcizia che invece vedo sulle medie distanze. Non mi rassegno… sono fatto così, sono testardo fino all’inverosimile quando voglio, riesco a vincere il mio imbarazzo genetico e il timore di sembrare stupido e chiedo a una persona perché ci sono quelle striature nere, a cosa sono dovute. Mi sento rispondere: “è così ovunque nel deserto roccioso”. Osservo la persona per qualche secondo e poi mi lascio scappare quella che suona al mio orecchio più come una lamentosa protesta che come un’affermazione: “sembra sporca”, la persona mi guarda sorridendo e mi dice si.

Quando mi capita di affrontare qualcosa che non riesco a mandar giù, la prima cosa che faccio è farla a pezzi nella mia mente ed esaminare i pezzi uno per uno e cercare di capire cosa c’è che non va, è quello che rimane del retaggio comune a tutti gli esseri umani quando sono bambini, l’istinto di aprire, smontare, sventrare le cose per acquisirne una conoscenza vera e piena. Con Terra di Roccia non mi ci vuole molto, mi basta una frazione di secondo del mio pensiero analitico e l’osservazione del palmo delle mie mani pulite per capire che quella sporcizia mi si è manifestata così nettamente nella stessa misura in cui la prima cosa che Terra di Roccia mi ha mostrato di sé è stata la sua grande pulizia.

Riporto lo sguardo sul panorama intorno a me, soddisfatto e grato della lezione appresa. In quel momento non lo so ancora, ma nei giorni seguenti scoprirò che quelle striature nere sono solo le ombre proiettate dal letto pietroso di Terra di Roccia.

Il Deserto

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

9 giugno 2006

Ho visto il deserto, ho camminato nel deserto, è successo più di due mesi fa ma solo adesso sto rendendomi conto di ciò che significa.

Il deserto orientale dell’Egitto, appare come una distesa rocciosa frastagliata di colline, attraversata da gole. Fin quando ci si trova vicino alla costa del mar rosso si ha un senso di sicurezza, ancora, poi ci si addentra fino a perdere di vista la striscia rossa e blu del mare e d’improvviso ci si ritrova questo paesaggio tutto intorno.

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Credo che del deserto non si possa dire nulla che non sia stato già scritto, quando lo si vede riprodotto in qualche foto, o documentario, si resta colpiti dalla sua bellezza mentre si apprezza il comodo divano su cui siamo seduti.

Quando ci si trova fisicamente, la si subisce in pieno. Il Sole arde, brucia con estrema intensità ma con discrezione, il sudore non si vede affatto infatti, neanche una goccia sotto gli abiti, il vento completa l’opera di dissimulazione. Ho visto pezzi di carcasse di dromedario sotto il sole, non si decompongono, la decomposizione presuppone uno stillicidio di liquidi, cosa impensabile nel deserto orientale egiziano, no…

Ciò che muore nel deserto si mummifica, e dopo, viene calcinato completamente, e dopo ancora il vento rode le ossa e le mescola alla terra.

Può sembrare un pensiero macabro eppure non lo è affatto, la prima cosa che il deserto ci mette davanti agli occhi è proprio la mortalità. All’inizio non la si riconosce, è solo una sensazione, un pensiero sottile che dopo un pò mi ha colpito con la forza di uno schiaffo. Il deserto è il NUN fatto di roccia, o di sabbia a seconda di dove ci si trovi. Non c’è nulla sulla sua superficie, almeno nulla agli occhi di un uomo abituato alla città.

Ho amato subito quella terra dal riflesso sporco, nella sua solitudine ho smesso di sentirmi solo, il deserto mi ha regalato la Prospettiva delle Cose, almeno fino a quando mi ci sono trovato. Mi ha fatto capire cos’è il vero silenzio, mi accorgevo della mia esistenza solo dal suono dei miei passi, è così che nel deserto si ha consapevolezza di qualcosa, lo sapevate? Tutto ciò che si può vedere non è detto che esista, ho visto un lago in pieno deserto, agli occhi non poteva essere più reale eppure non esisteva, l’acqua era là ma il suo rumore no.

Anche la sua luce è unica, intensa e spessa, colpisce qualsiasi cosa e si rifrange senza mezze misure.

L’ultimo giorno della mia permanenza in Egitto, solo allora ho avuto la mia intimità col deserto.

Sorrido… lo faccio perchè non ero certo da solo, ma ero parte di un gruppo di persone che, come me, avevano scelto questa escursione, più che altro per andare a dorso di dromedario credo. Invece io ero una delle due persone che quel giorno scelsero il cavallo, io e la mia compagna di viaggio, la mia prima volta su un cavallo e devo dire che la mia scelta fu premiata, almeno non sono stato trascinato in “cordata” ma ho avuto il piacere di cavalcare da solo, in testa al gruppo, l’unico in religioso silenzio.

Il mio cavallo conosceva perfettamente il tragitto da compiere, attraverso i piani rocciosi tra le colline ed i pianori, poi addentrandosi sempre più in una gola di alabastro eroso dal vento e screziato dai raggi del sole calante, affondando gli zoccoli in una sabbia vetrosa e finissima mentre io stavo attento a non urtare con le gambe contro le rocce del canyon la cui larghezza si era ridotta a poco più di un metro.

Dopo due ore arriviamo sulla cima di un pianoro, una distesa di pietra con al centro un unico albero, un tronco di acacia nero e scheletrico, unico indizio della presenza di acqua. A poca distanza da esso un pozzo coperto da una piastra metallica incernierata, con un secchio ed una carrucola, e la tenda di un beduino che vive  là con la sua compagna, i suoi figli e le sue capre.

Smonto da cavallo e raggiungo una piccola sala da tè a cielo aperto, poche panche di legno basse con relativi tavolini. Mi siedo ed una bambina mi porta una tazza di tè bollente, il tè dei beduini, mentre poso la tazza sul basso tavolino resto colpito nel vedere un posacenere pieno di sabbia dove buttare la cenere e spegnere le cicche. Lo osservo stranito per un pò finchè non comincio a pensare che anche a me darebbe fastidio vedere cicche sparse sul pavimento di casa, poi dò un’occhiata al padron di casa e scambio con lui un largo sorriso.

Assaporo il tè con un’attenzione che non ho riservato mai neanche al migliore dei vini, mi alzo e mi guardo intorno mentre gli altri si radunano e parlano di ciò che hanno lasciato nelle loro città, iniziando a fare paragoni alquanto surreali.

Tutto intorno invece il deserto respira e si acquieta accompagnando il sole al tramonto.

Rimonto a cavallo, gli altri sui dromedari, i più incredibili inforcano i quad e ritornano alla base in venti minuti, in una nuvola di polvere fitta e soffocante, con un rombo assordante nelle orecchie.

Questa volta mi metto in coda alla carovana, sono l’ultimo della fila ed il mio cavallo procede con una lentezza di cui gli sarò eternamente grato. Mentre la luce inizia a svanire, per un attimo, ripenso al beduino ed alla sua casa, poi penso a me.

Cerco di eliminare tutte le domande dalla mia mente, non poso sprecare le ultime ore con il deserto così, in un modo tanto banale.

Socchiudo gli occhi ed ascolto il rumore degli zoccoli del mio cavallo.

Introduzione

Posted in Egitto - Aprile 2006 con i tag on Novembre 10, 2008 by Raul

Inizia tutto quando ci si avvicina abbastanza alla superficie da distinguere gli elementi in movimento.

L’aria è spessa, lo si percepisce dal filtro opaco che si interpone tra gli occhi e ciò che si guarda, particelle di sabbia in perenne sospensione che danno una patina di antico a tutto, anche alle cose più moderne. L’Egitto visto dall’alto è come una donna nuda vista da vicino, mostra la semplice bellezza del suo involucro e allontana la comprensione della complessità di ciò che esso contiene. Mostra le sue zone fertili con lo stesso orgoglio e la stessa indifferenza con la quale mostra le sue zone aride. È netto, distinto e ben delineato. Per me che vengo da un luogo dove i limiti e i confini non sono mai definiti, dove una scala di grigi appiattisce sempre più quel che mi circonda, osservare la coesistenza pacifica e silente di un florido e vitale giardino insieme alla nuda roccia e sabbia, due cose che riescono ad essere tutt’uno senza necessariamente mescolarsi, è un dono allo spirito ed una meravigliosa carezza per gli occhi.

Le ruote del carrello toccano terra, riesco quasi a percepirle mentre tagliano la nuvola sottile di sabbia sospesa… un momento per riprendere fiato, un momento per riportare l’attenzione al presente, alla carlinga ed al piccolo fiume di persone che, con una fretta tutta occidentale, si affanna per riversarsi fuori dal corpo dell’uccello di metallo, un rigurgito di umanità, sono tra gli ultimi ad uscire, sorrido… l’uccello di metallo vibra e si solleva sui martinetti idraulici dopo essersi liberato di un pasto indigeribile; sorrido in silenzio perché trovo divertente pensare all’anima dell’uccello di metallo, alla sua quieta soddisfazione per il senso di leggerezza appena acquisito.

Esco fuori dal portello e resto un momento in piedi sulla passerella metallica della scaletta. Non arrivo neanche a guardarmi intorno che vengo subito avvolto da una sfera di fuoco invisibile che cala su di me con silenziosa violenza. È un trauma improvviso per il corpo e per i sensi, la pelle inizia subito a bruciare. L’attimo seguente vengo investito dal vento, un momentaneo sollievo, sento il vento come una carezza rude e tangibile venuta a spegnere la mia pelle, ma è solo un attimo. Il vento soffia con un flusso pulsante, si mescola alla sfera di fuoco che mi avvolge, che avvolge qualunque essere vivente cammini in Egitto, ed in quel preciso istante comprendo che ardo, e che arderò in quel modo per tutta la mia permanenza in quella terra.

È cosi che l’Egitto ti accoglie, e subito ti mostra cosa sei perché quando sei cosi vicino ad una donna nuda sei necessariamente nudo anche tu, anche se lo dimentichi, ma questo riesci a capirlo solo molto dopo.

Sbrigo tutte le faccende terrene che seguono uno sbarco, momenti di vita profana e promiscua, provo ad escludere l’audio artificiale di tutti i suoni prodotti dalla civiltà ed a concentrarmi invece sui suoni del luogo. Non sento nulla, solo silenzio… concentro l’udito ancora di più… tutto quello che riesco a cogliere è il respiro del vento, a tratti impercettibile, ingoiato dal silenzio.

Queste prime sensazioni sono molto importanti per me, in ogni viaggio che ho compiuto, in ogni luogo che ho visitato, la prima cosa su cui fisso la mia percezione è il modo in cui quell’angolo di Terra in cui mi trovo, mi accoglie, il modo in cui mi si manifesta.

Completo il mio ingresso in Egitto con un altro breve viaggio, via terra, verso l’hotel dove soggiornerò per una settimana.

Anche se la prospettiva è terrestre, l’essenza di questo luogo non cambia. Davanti a me si perde l’orizzonte, piatto, alla mia destra il mar rosso, alla mia sinistra il deserto arabico, così chiamato perché si affaccia, da nord a sud, verso l’Arabia. Preferisco chiamarlo per quello che è… “terra di roccia”.
Per chilometri e chilometri, puntando verso nord, acqua alla mia destra e roccia alla mia sinistra, vento e silenzio. Il corpo nudo dell’Egitto.

…ancora Dylan Thomas!

Posted in Annotazioni on Novembre 6, 2008 by Raul

Un frammento di And Death Shall Have No Dominion recitato in lingua madre ed in italiano.