Nembro.
Martedì 16 dicembre 2008 – ore 14.00
L’aria è fredda e pungente più di quanto sia abituato a sopportare, ma è frizzante e tonifica i sensi.
Il panorama è cambiato, gli accenti anche, il caffè ha un sapore diverso e la mia aura inizia ad espandersi come non faceva da parecchio ormai.
Mi sono svegliato tardi, mi aggiro con calma per casa come un gatto curioso e subito, proprio come un gatto, cerco una finestra su cui incollare il muso; tiro fuori la reflex e la punto sui monti coperti dalle nuvole, sulla memoria delle tegole e sui camini intirizziti, sugli scheletri invernali dei ficus nel giardino della Leonessa Maior, catturato dalle gocce che si aggrappano ai rami scuri, brillanti come perle.
Piove leggermente sui profondi colori invernali della Val Seriana.
Sorrido… grazie Fernanda.
Venerdì 19 dicembre 2008 – ore 14,20
La Leonessa Maior ieri notte mi ha chiesto se mi sento solo.
Fernanda è un tesoro di persona, nei giorni scorsi abbiamo parlato di molte cose. Di me e della mia famiglia, di lei e della sua famiglia. Di amore e di odio, di ansia e tranquillità.
Di Tao e di tarocchi.
Mi ha ascoltato, con attenzione, a volte con gli occhi puntati, altre volte con occhi vaganti, ha sempre avuto una considerazione o una parola da esternare dopo aver ascoltato le mie, usando molta attenzione e tatto anche dove non ce ne sarebbe stato bisogno. Non so se e quanto mi osserva però, questo non glielo chiedo e non glielo chiederò, né mi metto a pensarci più di tanto.
Il clima è migliorato in questi giorni ed ora c’è un bel sole caldo, non sono uscito di casa da solo, non ne sento il bisogno in questo momento di intimo smarrimento.
……
San Giuseppe Vesuviano.
Venerdì 26 dicembre 2008 – ore 00.30
Sono rientrato a casa ieri notte. Casa ovviamente è un termine di comodo, lo uso per convenzione e per pigrizia ma va bene così.
Il 24 mattina, ancora a Nembro, dormivo un sonno profondo e senza sogni. Un sonno che non lascia tracce nell’io cosciente di solito, questo è il motivo per cui ricordo così chiaramente quello che è successo un istante prima del mio risveglio.
Rullo una sigaretta e mi prendo un po’ di tempo…
Il tocco di una mano aperta si materializza lievemente nello spazio tra la scapola e la punta della mia spalla destra. Nel preciso istante in cui si poggia, la percepisco interamente, dalla base del palmo alla punta delle cinque dita, perché emana un calore che attraversa rapidamente i tre strati di coperte, il lenzuolo e infine il mio pigiama, un’orma che brucia come fuoco e non fa male. Quel calore così intenso basta a restituirmi di colpo coscienza e sensi, a farmi aprire gli occhi e scattare su e voltarmi d’istinto verso la sua padrona.
Un attimo prima un buio profondo ed immemore, l’attimo dopo il suo viso ed il suono della sua voce che pronuncia il mio nome.
La mano si ritrae in fretta, anche troppa, di sicuro per la mia reazione immediata.
Rimango a letto per un’altra mezz’ora circa, combattendo l’impulso di scivolare di nuovo nell’incoscienza del sonno, mi aspetta il lungo viaggio di ritorno.
I giorni sono passati in fretta, molto in fretta. Non mi è mai piaciuta la fretta…
Avrei potuto scrivere di più, specie di notte, ma mi sono astenuto dal farlo per godere di un certo tipo di silenzio, della consapevolezza di rigirarmi in un letto dove i miei pensieri e le mie ispirazioni notturne, trattenute nella mente invece di essere scritte, potessero scivolar via durante il sonno e infilarsi nell’imbottitura del cuscino, scendere ed aggrapparsi tenacemente allo scheletro del materasso.
Quell’orma incandescente sulla mia spalla è ritornata a farsi sentire in maniera tangibile quando il secondo treno è ripartito dalla banchina della stazione centrale di Milano. Ero rivolto col viso verso il finestrino quando ho sentito di nuovo la mano ed il suo calore sulla mia spalla, un pilastro ha attraversato la visuale e per un attimo ha oscurato il vetro creando un riflesso sul quale è passata fugacemente l’immagine del resto del ricordo.
Di tutte le cose vissute a Nembro è quella la cosa che è scesa più a fondo, così velocemente da lasciare senza parole, senza fiato.
Volevo scrivere del piacere che mi sono concesso cucinando tutti i giorni, delle sensazioni vissute nei momenti in cui ero in casa da solo, il calore bruciante di quell’orma ha fatto evaporare tutto il resto, come il fumo che usciva dalla tazza di caffè bollente e si fermava a danzare sotto la luce obliqua dei raggi solari.
Ho bisogno di un’altra sigaretta…
Adesso invece ho bisogno di smettere di scrivere. Nei prossimi giorni inizierò a lavorare alle foto che ho scattato, dopo che le avrò viste e riviste più volte tornerò qui a ricordare di quella domenica pomeriggio al lago.
Fa un male tremendo.
Cerco di essere forte. Mi muovo il meno possibile e respiro lentamente e piano, come se si trattasse del dolore di una frattura alle ossa, è l’abitudine che ho preso non so quando per sopportare dolori che in realtà non riesco a reggere.
E ho anche freddo, da mezzogiorno di ieri mi ha assalito un freddo che non va via neanche sotto maglioni e coperte.
Mi si è chiuso lo stomaco, non mangio da ventiquattro ore e non ho appetito alcuno, non posso neanche rifugiarmi a letto, so già che non chiuderei occhio. Qualsiasi cosa provi a “dire” mi sembra assolutamente vana, non dovrei neanche scrivere quando sono in questo stato ma non riesco più a sopportare il dolore solo stando immobile e in silenzio.
E poi ci sono le immagini che si infilano a forza nella mia testa e causano devastazioni.
Non lo merito, ma mi succede.