Non è un sogno, ci sono fisicamente dentro, anche se riconosco di cosa si tratta, so perfettamente che il mio corpo è riverso, lasciato alla realtà cui esso appartiene, al limite tra vita e morte, mentre il mio spirito si trova da tutt’altra parte.
Lo so perché ho imparato a riconoscere la differenza tra sogni e spostamenti.
È notte, la rifrazione della luce ha una frequenza leggermente diversa, inizio a riconoscerla e mi chiedo dove mi sia spostato questa volta, colui che mi introduce ha preso le sembianze immaginarie di una persona che conobbi tempo fa in messenger, una brava persona.
Mi parla, mi dice che non c’è mai nulla, che si è sempre soli… che la sera si esce solo perché non si riesce più a stare ingabbiati in casa ma che fuori c’è solo quello che sto vedendo. Alberi illuminati dai fari di un’automobile che non esiste, è solo la luce che proiettano i fari della mia consapevolezza in quel momento, buio, strade vuote e solitarie che si snodano tra boschi e campagne.
Dalle parole che lui mi rivolge e dal panorama notturno che osservo ricavo gli elementi per una grossolana localizzazione.
Sono in Italia, in una regione da qualche parte al confine tra il Centro ed il Nord.
È notte fonda, la voce smette di parlarmi, la strada curva improvvisamente e costeggia un canalone. Rallento quando sul bordo di quel canalone vedo un improvviso movimento, è un gatto.
Mi fermo, la voce di fianco a me mi chiede: “cosa fai?”
“Ci sono due gatti, uno è fermo proprio là non vedi? Un altro l’ho visto allontanarsi di soppiatto dietro di lui, è sceso nel canalone.”
La cosa che mi cattura di quei gatti, nonostante il buio spezzato solo da una vaga luminescenza giallognola che si posa su alcune parti del quadro che mi circonda, è il loro manto: bianco, striato di nero e leggermente più scuro sul dorso. È tutto reale, sento l’umidità notturna addosso, odori di terra e vegetazione, mi abbasso per toccare il suolo e lo sento bagnato, afferro una manciata di ciuffi d’erba ed un po’ dello strato terroso superficiale, quasi fangoso vista l’umidità che lo impregna. Il palmo della mia mano si raffredda al contatto con l’erba bagnata, si imbratta di limo, è la conferma che cerco prima di tentare di avvicinare quei gatti… è tutto reale, non è il solito sogno.
Senza vederlo ho coscienza del sorriso che in quel momento compare sul volto della presenza che mi accompagna e che non si lascia identificare.
I gatti, uno di loro si è allontanato e non riesco più a vedere dove si sia cacciato ma so che è vicino e che mi osserva, l’altro invece indietreggia man mano che mi avvicino. Mi emoziono, non c’è una ragione apparente, semplicemente mi sento improvvisamente il cuore colmo di sensazioni benefiche… lui arretra ancora scendendo nel canalone. Lo seguo piano.
Il pendio del canalone ritorna pianeggiante e si frastaglia confondendosi con un corso d’acqua nera che sembra immobile quasi, pesante come un fiume di olio denso e nero come ossidiana.
Il gatto adesso è fermo, seduto sulla riva, gli occhi rivolti verso di me che mostrano tanto timore quanta voglia di essere avvicinato.
Il sorriso della presenza che mi accompagna si allarga ancora di più, sento una domanda provenire da un luogo imprecisato alle mie spalle:
“Tanto importante, è per te, andare appresso a quel gatto? È solo un gatto e non ti sei accorto che per corrergli dietro ti sei imbrattato tutto, attento o finirai per cadere in acqua.”
Gli rispondo senza voltarmi, mentre continuo a guardare il gatto, non presto la mia attenzione alle mie condizioni perché mi sento crescere dentro quelle sensazioni benefiche, sorrido:
“Soltanto un gatto dici? Forse… ma l’hai visto bene? Intanto non chiedermi come, ma so che è una gatta. E poi sono due, l’altra si è nascosta ma sono convinto che se riesco a far avvicinare questa qui, anche lei salterà fuori. Osserva bene, guarda il suo pelo, il disegno che porta addosso, non è una semplice gatta… si, sarà anche di taglia piccola, ma guarda bene… è una tigre… guardala, è bellissima.”
Il tono con cui pronuncio le ultime parole tradisce tutta la commozione che sto provando in quel momento. La presenza che mi accompagna sorride ancora… scuote la testa e quasi ridacchia, poi la sento scomparire, come se finalmente avesse assolto al suo compito e non ci fosse necessità alcuna di trattenersi ancora. Sento tutta la scena senza la necessità di voltarmi per vederla.
Mi accuccio per terra tendendo una mano aperta verso la tigre dalle dimensioni di una grossa gatta, i suoi occhi la seguono guardandola e la sua testa annuisce un po’, poi pian piano si fa avanti verso di me. Ha quasi raggiunto la mia mano quando si volta di scatto a guardare di lato, da un ciuffo d’erba alta è spuntata improvvisamente l’altra “tigre” e mi volto anche io ad osservarla.
È di taglia più grande, lo percepisco subito adesso, è come se entrambe fossero legate, sorella maggiore e minore, la più piccola è davanti a me, la più grande la guarda e sento come se la stesse mettendo in guardia…
“Cosa fai? Allontanati, è pericoloso… – le dice con lo sguardo – …scappa con me, tuffiamoci nel fiume prima che ci ferisca a morte”.
La piccola esita continuando a tenere gli occhi sulla sorella maggiore, lo sento e allungo deciso la mano, senza alcuna violenza, è troppo tardi per lei quando si volta verso di me impietrita dal terrore, le ci vogliono solo pochi istanti per sciogliersi sotto le mie carezze. Tutta la felicità e l’ammirazione che invadevano il mio cuore si stanno trasferendo dentro di lei attraverso il palmo della mia mano. È come se non riuscisse a capacitarsi di quello che le accade, la sento esplodere di gioia a sua volta mentre si stende sul dorso e offre ogni parte del suo corpo alle mie carezze leggere e rudi allo stesso tempo.
La sorella maggiore reagisce leggermente in ritardo, la mia mossa l’ha presa alla sprovvista e l’ha fatta esitare un attimo di troppo, quando scatta per azzannare la mia mano è troppo tardi. La piccola la sente arrivare e girandosi solleva una zampa mettendogliela delicatamente sul muso, tra la mia mano e lei. La sorella maggiore esita un momento con gli occhi sulla piccola, muovo subito l’altra mano verso di lei.
È soltanto un istante, un istante e siamo tutti e tre là, accucciati sulla riva del fiume nero, loro a terra che si lasciano andare e si rotolano in maniera quasi lasciva sotto le mie mani, ci sono solo scariche di felicità tra il palmo delle mie mani e la loro pelliccia striata, solo felicità ed una commozione tale da fondersi quasi in lacrime. Le accarezzo e le strapazzo sempre di più e loro rispondono con trasporto abbracciandosi l’un l’altra, ad un certo punto è tale il mio impeto d’affetto per loro che le raccolgo e le sollevo, le stringo insieme, cosi forte che sembrano quasi fondersi l’una nell’altra mentre avvicino i loro volti al mio e chiudo gli occhi porgendo un bacio che tocca il muso di entrambe.
Mi rimane per un lunghissimo istante la sensazione del bacio, delle mie labbra che si bagnano degli umori dei loro musi che diventano uno col mio, la mia lingua in maniera istintiva e spontanea esce tra le labbra per raccoglierli ed assaggiarli. Sento le tigri svanire dalle mie mani in quel preciso momento e delle risate di donne provenire dal ciglio del canalone, in alto.
Ancora prima di riaprire gli occhi sento parole di scherno.
“Guardalo… – si dicono tra loro ridendo sfacciatamente – …vedi che fa…”
Seguono parole poco gentili, epiteti e considerazioni che, per quanto mi sforzi di lasciare scivolare via, si aggrappano alla mia pelle, lacerandola come se avessero degli uncini.
“Che idiota, sta baciando due gatti”. Ancora risate, mi volto e vedo un gruppo di ragazze, un piccolo branco di femmine che mi guardano e si prendono gioco di me al puro scopo di riempire un tempo che non hanno, che non hanno mai posseduto, dal cuore di quel branco ad un certo punto arriva una frase distinta dalle altre.
“Spero che si senta meglio adesso che l’ha fatto… – dice in uno strano tono, tra critica e insulto – …ora magari si leva pure dalle palle”
La misura si colma in quell’istante. Mi alzo e mi arrampico sul bordo del canalone uscendone e rimettendomi sul bordo della strada, ancora qualche risatina che mi accompagna, più bassa stavolta. Mi scrollo di dosso sommariamente la terra e quant’altro mi si è attaccato ai vestiti… sembra che lo spostamento abbia preso maggior corpo ora perché riesco a toccarmi interamente e percepire i dettagli più minuscoli.
Mi giro verso il piccolo branco e mi ci avvio deciso. Le risate si spengono di colpo.
Prima che la mia presenza fisica arrivi alla loro portata è un urlo la prima cosa di me che conoscono:
“DOV’È ?!? CHE VENGA FUORI!!!”
Non parlano più, non ridono più, non hanno più insulti da regalare, si guardano solo l’un l’altra cercando di capire cosa fare, per un attimo sembra siano sul punto di disperdersi e lasciar uscire quella che cerco, l’attimo seguente serrano di nuovo i ranghi e cercano di farsi scudo insieme.
Perdo la pazienza, le ho raggiunte ormai e senza emettere suono inizio ad artigliarle e scagliarle lontano ignorando completamente l’aria che esce dalle loro corde vocali. Quelle che si trovano più all’interno del gruppo, circondate dalle altre, sembrano le più baldanzose nell’offrire resistenza ma appena incrociano i miei occhi si ritraggono come davanti ad una belva inferocita. Alla fine resta soltanto lei.
Mi guarda negli occhi.
Il suo contorno è sfocato, ne catturo i tratti essenziali ma non riesco mai a vederla nettamente… figura esile, quasi minuta, pelle chiarissima… solo il suo volto è scoperto, il resto della sua persona è rivestito di abiti comuni che la coprono fino al collo.
Occhi chiari quanto la sua pelle.
Annuso la sua paura mentre la guardo, ma lei non arretra come le altre. Rimane immobile solo per evitare di cedere e mi guarda in maniera ferma, con aria quasi di sfida.
Se si aspettava che la colpissi fisicamente allora ha di che rimanere sorpresa, l’avrei sicuramente fatto se si fosse comportata in maniera diversa ma invece è là, in piedi davanti a me, sovrastata dalla mia testa, ed anche se è cosciente del pericolo non scappa.
“CHE CAZZO TE NE FREGA, EH?… – la aggredisco soltanto con l’onda d’urto sonora delle mie parole mentre avvicino i miei occhi ai suoi – …SONO UN IDIOTA CHE BACIA GATTI, E CHE SE NE FREGA DI QUELLO CHE NE PENSANO GLI ALTRI, COSA CAZZO TE NE FREGA A TE INVECE?… E SE LA COSA TI MOLESTA E NON RIESCI A IGNORARMI… SEI TU… CHE DEVI LEVARTI DALLE PALLE!”
Lo spostamento inizia a perdere consistenza a questo punto, si fa confuso, so che presto tutto finirà e ritornerò sveglio. Le scene che seguono si svolgono in fretta, quasi si accavallano l’una sull’altra, quelle che restano vivide sono poche…
Seguono parole che non ricordo, poi lei mi afferra improvvisamente per il bavero e mi trascina con sé dentro un portone che sento essere l’entrata di casa sua, non le stacco gli occhi di dosso mentre mi accosta piano con le spalle al muro e mi si avvicina… mi dice parole che sono già scomparse dalla mia memoria, le rispondo con altre parole altrettanto scomparse, quello che mi resta è soltanto una sensazione di calma e di leggero calore che comincia a montarmi dentro. Lei mi mostra un sorriso ed io faccio altrettanto.
Ad un certo punto silenzio, lei lascia la presa sul bavero e si volta di lato con espressione di disappunto, una fugace apparizione femminile, indistinta, passa sullo sfondo e le rivolge parole di richiamo “…sbrigati, abbiamo del lavoro da fare…” poi scompare.
Resto come istupidito, non so cosa dire né pensare, lei si volta di nuovo verso di me, mi guarda ed intuisce dai miei occhi lo stato in cui mi trovo, sorridendo mi dice…
“Insomma… …ti ho portato fin qui… …sei dentro, adesso tocca te…. …Devo andare ora, ho da lavorare…”
la guardo uscire dal portone, fuori non è più notte, c’è il tipico cielo grigio di un’aurora di fine inverno. Esco e mi fermo sulla soglia restando ancora in silenzio ad osservarla allontanarsi, lei si ferma all’improvviso e si gira verso di me. Mi sorride e poi mi rivolge una frase in tono serio.
“Me ne frega perché hai baciato le mie bambine”.
Resta seria e mi guarda intensamente, con espressione grave sul volto, l’istante dopo mi sorride di nuovo mentre le si accendono gli occhi, mi fa un cenno di saluto con la mano mentre si volta e riprende ad allontanarsi.
Apro gli occhi di colpo insieme alla bocca, inspiro avidamente aria, a fatica e grandi boccate, come se fossi appena emerso da chissà quali profondità, è la sensazione che accompagna il risveglio da uno spostamento, una sensazione terribile per chi, come me, non sa nuotare.