Altri momenti del nostro viaggio in cabrio… eravamo praticamente a casa quando ci siamo fermati in coda ad un range rover fermo in mezzo alla strada. Era l’orario d’uscita della scuola elementare.
Era grazioso il contrasto tra quel grosso scatolone nero e la nostra auto cosi bassa che sembrava di stare seduti per terra quasi. Il suo braccio mi è passato davanti agli occhi quando, dopo aver spento il motore e tirato il freno a mano, ha sganciato la cappottina dal parabrezza e l’ha tirata giù lasciando che il sole inondasse l’abitacolo.
Sorrideva, e guardava dritta davanti a sé… i bambini sciamavano intorno a noi, camminando per strada, e tutti si voltavano a guardarci. “Che bella macchina!” Ho perso il conto di quanti lo hanno esclamato mentre sorridevo in silenzio.
Cinque minuti dopo era nel parcheggio, quando è scesa dall’auto dopo aver richiuso la cappottina, non è riuscita più a nascondere il suo nervosismo, ed io l’ho seguita più volte avanti e indietro, una per ogni cosa che credeva di aver dimenticato.
Era la prima volta che la vedevo, fisicamente, dopo più di un mese passato a parlarci soltanto. Di quella prima volta, di quel piccolissimo viaggio sulla sua cabrio ricordo un momento particolare, un momento di cui forse lei non ha memoria o non si è resa conto, occupata com’era a guidare ed a tenere a freno i suoi pensieri e le sue emozioni.
Un momento in cui non sono riuscito a trattenere il Lupo e, mentre guidava, mi sono voltato verso di Lei ho chiuso gli occhi ed ho avvicinato il mio naso alla sua spalla. Ho iniziato ad annusare ed aspirare sempre più a fondo il suo odore, e più mi lasciavo andare a quel gesto più forte batteva il cuore del Lupo. Ho dovuto raccogliere tutta la mia forza per distogliermi e tornare a poggiarmi allo schienale.
Entriamo in casa, le mostro la camera da letto e le dico che può lasciare là le sue cose intanto, poi le indico il bagno e la lascio tranquilla mentre mi avvio in cucina, un sms a Fernanda per avvisarla che siamo a casa e che va tutto bene.
Sono le 00.46 del ventuno maggio mentre scrivo, non ricordo di preciso cosa abbia fatto io nei momenti in cui non ero con Lei, né ha molta importanza del resto perché sono stati davvero pochi i momenti che non ho trascorso in sua presenza.
Quando è uscita dal bagno ha iniziato a girare piano per casa, nel salone, guardandosi intorno con i suoi occhi grandi e limpidi, sorridendo ha passato in rassegna ogni particolare, io la seguivo con lo sguardo e la prima cosa che ho notato è stato il suo modo di muoversi.
In punta di piedi, il busto leggermente proteso in avanti, le braccia lungo il corpo e gli avambracci leggermente piegati e protesi, con le mani aperte, come a percepire l’aria e l’aura circostanti. Movimenti flessuosi e aggraziati come quelli di un felino, messi in risalto dal suono dei campanellini della sua cavigliera che tintinnavano ad ogni passo. Mi sarei ricordato di quel momento ancora una volta, di notte.
Ogni tanto si girava a guardarmi, stavolta nessuno dei due portava gli occhiali, in silenzio mi guardava per un attimo, sorridendo, poi riprendeva la sua esplorazione.
Con calma.
Siamo usciti sul balcone del salotto, c’era sole e la vista delle colline le è piaciuta subito. Ad un certo punto si è poggiata alla ringhiera ed io mi sono avvicinato…
“Non ti avvicinare tanto… – mi ha detto allontanandosi di poco – …ho bisogno di un po’ di tempo”
Mi sono allontanato sorridendo, le ho detto qualcosa, una battuta per stemperare la tensione di entrambi, qualcosa che suonasse come un tono offeso e scherzoso al tempo stesso. Lei ha ridacchiato e poi si è avvicinata da sola.
Dopo un po’ siamo passati in cucina, poi sono arrivati gli altri. Lei non ha smesso un solo attimo di sorridere, specialmente con i suoi occhi. Mi sono dedicato ai fornelli insieme a Fernanda lasciandola tranquilla e seduta a guardare. A quel punto è toccato a me un po’ di nervosismo, Lei se n’è accorta perché sono riuscito a percepire il suo stato tra il divertito ed il soddisfatto mentre combattevo contro il disastro che avevo appena combinato infilando le cozze surgelate nell’olio bollente.
Quando mi sono girato dopo un po’ e Lei non c’era, era uscita sul balcone della cucina. Il cibo era sul fuoco a cucinare tranquillamente, l’ho raggiunta e mi sono tenuto a distanza.
“Tutto bene?” Le chiedo
“Si… solo… troppe percezioni tutte insieme, ho bisogno di un momento per assimilare tutto”.
Annuisco sorridendo e ritorno ai fornelli, il resto che segue sono scene di semplice vita familiare. Il pranzo, le parole scambiate e le battute.
Verso la fine del pranzo allungo la mano senza dire nulla e stringo la sua, leggermente. Non si volta a guardarmi, soltanto ruota leggermente la mano a sua volta per offrirmi una presa più naturale e comoda.
È stato il primo momento di “incontro”, alquanto imbarazzante per entrambi, ma tacitamente desiderato e condiviso davanti agli altri.
