Archivio per Maggio, 2009

16 Maggio 2009 – 2.

Posted in Annotazioni on Maggio 21, 2009 by Raul

 

 

 

Altri momenti del nostro viaggio in cabrio… eravamo praticamente a casa quando ci siamo fermati in coda ad un range rover fermo in mezzo alla strada. Era l’orario d’uscita della scuola elementare.

 

Era grazioso il contrasto tra quel grosso scatolone nero e la nostra auto cosi bassa che sembrava di stare seduti per terra quasi. Il suo braccio mi è passato davanti agli occhi quando, dopo aver spento il motore e tirato il freno a mano, ha sganciato la cappottina dal parabrezza e l’ha tirata giù lasciando che il sole inondasse l’abitacolo.

 

Sorrideva, e guardava dritta davanti a sé… i bambini sciamavano intorno a noi, camminando per strada, e tutti si voltavano a guardarci. “Che bella macchina!” Ho perso il conto di quanti lo hanno esclamato mentre sorridevo in silenzio.

 

Cinque minuti dopo era nel parcheggio, quando è scesa dall’auto dopo aver richiuso la cappottina, non è riuscita più a nascondere il suo nervosismo, ed io l’ho seguita più volte avanti e indietro, una per ogni cosa che credeva di aver dimenticato.

 

 

Era la prima volta che la vedevo, fisicamente, dopo più di un mese passato a parlarci soltanto. Di quella prima volta, di quel piccolissimo viaggio sulla sua cabrio ricordo un momento particolare, un momento di cui forse lei non ha memoria o non si è resa conto, occupata com’era a guidare ed a tenere a freno i suoi pensieri e le sue emozioni.

Un momento in cui non sono riuscito a trattenere il Lupo e, mentre guidava, mi sono voltato verso di Lei ho chiuso gli occhi ed ho avvicinato il mio naso alla sua spalla. Ho iniziato ad annusare ed aspirare sempre più a fondo il suo odore, e più mi lasciavo andare a quel gesto più forte batteva il cuore del Lupo. Ho dovuto raccogliere tutta la mia forza per distogliermi e tornare a poggiarmi allo schienale.

 

 

Entriamo in casa, le mostro la camera da letto e le dico che può lasciare là le sue cose intanto, poi le indico il bagno e la lascio tranquilla mentre mi avvio in cucina, un sms a Fernanda per avvisarla che siamo a casa e che va tutto bene.

 

Sono le 00.46 del ventuno maggio mentre scrivo, non ricordo di preciso cosa abbia fatto io nei momenti in cui non ero con Lei, né ha molta importanza del resto perché sono stati davvero pochi i momenti che non ho trascorso in sua presenza.

 

Quando è uscita dal bagno ha iniziato a girare piano per casa, nel salone, guardandosi intorno con i suoi occhi grandi e limpidi, sorridendo ha passato in rassegna ogni particolare, io la seguivo con lo sguardo e la prima cosa che ho notato è stato il suo modo di muoversi.

In punta di piedi, il busto leggermente proteso in avanti, le braccia lungo il corpo e gli avambracci leggermente piegati e protesi, con le mani aperte, come a percepire l’aria e l’aura circostanti. Movimenti flessuosi e aggraziati come quelli di un felino, messi in risalto dal suono dei campanellini della sua cavigliera che tintinnavano ad ogni passo. Mi sarei ricordato di quel momento ancora una volta, di notte.

Ogni tanto si girava a guardarmi, stavolta nessuno dei due portava gli occhiali, in silenzio mi guardava per un attimo, sorridendo, poi riprendeva la sua esplorazione.

Con calma.

Siamo usciti sul balcone del salotto, c’era sole e la vista delle colline le è piaciuta subito. Ad un certo punto si è poggiata alla ringhiera ed io mi sono avvicinato…

 

“Non ti avvicinare tanto… – mi ha detto allontanandosi di poco – …ho bisogno di un po’ di tempo”

 

Mi sono allontanato sorridendo, le ho detto qualcosa, una battuta per stemperare la tensione di entrambi, qualcosa che suonasse come un tono offeso e scherzoso al tempo stesso. Lei ha ridacchiato e poi si è avvicinata da sola.

 

Dopo un po’ siamo passati in cucina, poi sono arrivati gli altri. Lei non ha smesso un solo attimo di sorridere, specialmente con i suoi occhi. Mi sono dedicato ai fornelli insieme a Fernanda lasciandola tranquilla e seduta a guardare. A quel punto è toccato a me un po’ di nervosismo, Lei se n’è accorta perché sono riuscito a percepire il suo stato tra il divertito ed il soddisfatto mentre combattevo contro il disastro che avevo appena combinato infilando le cozze surgelate nell’olio bollente.

Quando mi sono girato dopo un po’ e Lei non c’era, era uscita sul balcone della cucina. Il cibo era sul fuoco a cucinare tranquillamente, l’ho raggiunta e mi sono tenuto a distanza.

 

“Tutto bene?” Le chiedo

 

“Si… solo… troppe percezioni tutte insieme, ho bisogno di un momento per assimilare tutto”.

 

Annuisco sorridendo e ritorno ai fornelli, il resto che segue sono scene di semplice vita familiare. Il pranzo, le parole scambiate e le battute.

 

Verso la fine del pranzo allungo la mano senza dire nulla e stringo la sua, leggermente. Non si volta a guardarmi, soltanto ruota leggermente la mano a sua volta per offrirmi una presa più naturale e comoda.

È stato il primo momento di “incontro”, alquanto imbarazzante per entrambi, ma tacitamente desiderato e condiviso davanti agli altri.    

 

 

 

16 Maggio 2009 – 1.

Posted in Annotazioni on Maggio 19, 2009 by Raul

 

 

Non riesco a restare a letto a lungo, il Vento si muove brioso fuori della casa e preme alla finestra chiusa senza che io me ne renda pienamente conto, so soltanto che il giorno è arrivato e che sono perfettamente sveglio nonostante le poche ore di sonno. Ho tutto il tempo di ignorare i sorrisi del Vento che sembra non stia più nella pelle e dedicarmi solo a me stesso.

Una doccia fatta con calma, la lenta asciugatura dei miei capelli che sono tornati ad essere lunghi come nei giorni della mia giovinezza. Un’occhiata di sfuggita allo specchio che mi invita a prendere il rasoio e darmi una sistemata alla barba… quella chiamata la ignoro, va bene così… una trascuratezza che serva a ricordare che sotto la patina di civiltà sono un essere altamente selvatico, che i miei animali sono sempre sotto la pelle pronti a balzare fuori in ogni momento.

 

Un saluto a Laila, in piedi, tra una boccata di fumo e l’altra della mia sigaretta. Niente caffè, soltanto del succo di frutta, dolce, per spegnere le mie reazioni alle sue divertite battute mentre la percepisco sorridere nervosamente dall’altro lato del monitor.

Si diverte a punzecchiarmi perché le riduce l’ansia e perché forse per lei è come una piccola rivincita su di me, vuole esaltare un lato quasi infantile della mia umanità in quel momento ed io, che in un qualsiasi altro frangente l’avrei immediatamente smontata, sorrido e torno ai miei pensieri.

 

Il Vento entra dalla finestra della cucina, mi invita ad uscire ed io guardo l’orologio sulla parete… ancora un po’, ancora un quarto d’ora, il tempo di finire la mia sigaretta.

 

 

Sono le dieci e quarantacinque quando mi chiudo il cancello alle spalle e mi incammino, la borsa della reflex è con me anche se so perfettamente che non la userò. Incrocio delle donne anziane che si fermano a guardarmi da dietro i loro occhiali da sole, anche se non vedo fisicamente i loro occhi mi arriva tutto il loro stupore, è come se stessero guardando chissà chi, chissà cosa… poi le loro labbra semiaperte ed attonite si distendono subito in un sorriso quando mi volto per guardarle e darle il buongiorno.

 

Trenta passi, soltanto trenta passi sulla strada e l’energia comincia a salire dal terreno. La prima cosa che salta sono i muscoli delle gambe, dalle caviglie alle ginocchia è un unico groviglio di crampi dolorosamente lancinanti. Non altero il mio passo, né la velocità dell’andatura, calma, costante, la mia tipica andatura lenta ed inesorabile, come quella del Tempo.

 

Arrivo all’incrocio dove avevo convenuto con Fernanda che sarei rimasto ad aspettarla, mi guardo intorno e pigio sul pulsante del semaforo per avere il passaggio libero, attraverso la strada e continuo a camminare, un paio di chilometri, forse più, forse meno… non mi fermo, so già dove voglio che mi trovi. Arrivo alla rotonda sotto il cavalcavia e mi siedo sul muretto al bordo del marciapiede, sono proprio di fronte alla strada su cui spunterà, mi rullo una sigaretta e scambio quattro chiacchiere al telefono con Fernanda, lei si preoccupa dicendo che sono in anticipo e che dovrò aspettare un bel po’, io sorrido e la rassicuro che va bene così, poi chiudo il cellulare e torno ai miei pensieri.

 

C’è il tempo che serve per penetrare a fondo tutte le dimensioni di quel momento, per penetrare completamente il luogo che mi circonda.

Sorrido alle occhiate stranite che mi rivolgono le persone dalle macchine che attraversano la rotonda.

 

 

Il tempo passa, sono calmo e rilassato e comincio a sentire l’aria che la precede spingere verso di me dalla strada di fronte. Abbasso gli occhi sulle mie mani e rullo un’altra sigaretta, quando l’accendo so che è a meno di cinquecento metri dall’incrocio, in fase di rallentamento dietro una piccola coda di auto.

Accendo la sigaretta ed aspiro, sbuffo via il fumo e sollevo la testa, l’istante che segue appare la cabrio blu e si ferma all’incrocio, quasi timida…

 

mi ha visto… seduto all’ombra del cavalcavia, sul lato opposto della rotonda rispetto a Lei.

 

Appena riparte e si infila decisa nello spazio tra le altre auto, iniziando a curvare e poi avvicinandosi per accostare piano, inizio a scuotere la testa sorridendo ed abbassando gli occhi sulla strada davanti a me fino a quando non la vedo occupata dalla parte bassa della fiancata della sua auto, poi sollevo lo sguardo e vedo Lei, nell’ombra della cappottina tirata su. Capelli corti, sorriso aperto e gli occhiali da sole che ha scelto come scudo contro di me. Sorrido e mi alzo lentamente, mi avvicino e apro la portiera, un rapido saluto e poi subito inizio a fare il “cattivo”, provocandola le indico la sigaretta e le chiedo il permesso di fumare in macchina.

 

Continuo a fare il cattivo, dopo essermi seduto resto in silenzio a guardarla da dietro gli occhiali che, polarizzati dalla luce solare, sono abbastanza scuri da nascondere i miei occhi. Sorrido in silenzio mentre sento il suo imbarazzo che cresce. È il momento in cui posso godere del vantaggio della mia calma, a dispetto di lei.

Mi diverte quando ad un certo punto, inciampando sul primo respiro, mi chiede in che direzione deve proseguire.

Gliela indico e mi giro a guardare verso la strada, le offro un momento di calma e di tempo per riprendere il centro di se stessa. Lo passo dando una rapida occhiata all’interno della cabrio.

Cruscotto impolverato, come la carrozzeria, tappetini non spazzati, vari sedimenti in giro negli interstizi. La voce del suo motore invece è chiara, forte e… unica. Non preme sull’acceleratore ma anche così il suo sommesso rombo mi sussurra all’orecchio interno delle piccole modifiche che lo rendono speciale. Lei segna questo punto a suo favore senza neanche saperlo, la sua auto non è pulita fuori, ma è curatissima sotto la pelle. Proprio come piace a me. Provo subito il desiderio di poterla guidare.

 

Pian piano riporto gli occhi verso di Lei, con calma, mi fermo sulle sue mani mentre reggono il volante. Mi piacciono subito, sono grandi quasi quanto le mie, stesso aspetto, stesso dorso tracciato dalle vene in risalto e dai legamenti che si tendono ad ogni movimento. I suoi polsi sono sottili, ed hanno tre anelli, proprio come i miei. Sorrido ancora.

 

Mi giro guardarla in volto. Lei sorride e per un attimo solleva i suoi occhiali ed io ne approfitto immediatamente, sollevo i miei e la guardo dritta negli occhi, è solo un istante ma mi basta.

 

“Smettila… – mi dice sorridendo – …riabbassa subito gli occhiali e smettila di guardarmi, non è il momento adesso”.

 

Non se ne accorge ma aumenta impercettibilmente la pressione sull’acceleratore, la velocità rimane costante ma la voce del suo motore si lascia scappare un momentaneo ed impercettibile ruggito di nervosismo. Si è agitata ed ha scaricato subito l’onda sulla sua cabrio, ha un bel rapporto con la sua macchina e la cosa mi piace. Come previsto, dopo qualche decina di metri, mi entra in panico e mi dice che deve fermarsi subito perché l’auto sta per andare in ebollizione. Il tono della sua voce è leggermente più alto anche se resta divertito, si distrae un momento quando le dico di accostare, abbassa il capo a guardare intensamente il cruscotto per qualche attimo

 

“No… no… – dice contraddicendosi – …tranquillo”

 

Lo dice a me ma in realtà serve a lei, io le guardo la curva dei seni che si sollevano indicandomi che sta respirando a fondo. Sorrido mentre la osservo come riprende il controllo di sé e della sua cabrio.

Arriviamo fino a casa senza alcun problema, l’unica piccola concessione, il piccolo regalo che mi ha fatto durante il tragitto, è stato quello del gesto fatto con la mano quando con lentezza misurata l’ha spostata sullo stereo ed ha fatto scorrere due o tre canzoni per cercarne una in particolare che in realtà non desiderava affatto ascoltare in quel momento.

Mi stava solo facendo notare che aveva su un cd con tutti i brani che le avevo spediti io.

 

 

In Vino Veritas

Posted in Annotazioni on Maggio 14, 2009 by Raul

“…e i sogni che ho sognato e disegnato

c’è la casa, il sole e l’albero

l’uomo accanto all’albero, con Lei

la stessa che ho voluto

qui con me

e se c’è ancora Luce è grazie a Dio…”

14 Maggio 2009

Posted in Annotazioni on Maggio 14, 2009 by Raul

 

14 Maggio 2009 – ore 12.36

 

 

Non ho la minima idea di cosa potrei dire, non ho la minima voglia di pensare. Apro la mia pagina bianca e mi ci metto davanti senza neanche guardarla, spengo tutto il resto tranne la musica e scrivo solo per evitare di tenere la mente in questo mondo.

 

È giovedì, è ancora solo giovedì e io sono cosi lontano dalla comprensione di questo evento, di questi trentatré giorni passati tra Bianco e Nero, tra amore e dolore. Non ha molto senso quello che scrivo oggi, non ha un inizio reale e questo vuol dire che potrei continuare avanti all’infinito, perché quello che non ha inizio non ha neanche fine.

 

Stanotte, anche se sono qui a casa di Fernanda, non sono riuscito a chiudere occhio, come quando mi trovavo ancora nella mia vecchia vita.

Non è colpa di nessuno, soltanto mia, della mia ostinazione.

 

Si, sono io che mi regalo le mie notti insonni, è vero, non posso certo dare la colpa a nessuno. Non voglio dare la colpa a nessuno.

 

“Un uomo come me, quando ha sete beve vino…”

 

Oggi non ho fame alcuna, gli odori del pasto della mia ospite non mi hanno provocato la minima reazione al mio corpo, oggi ho solo sete e quindi faccio una cosa, mi verso un bicchiere di vino.

Un bicchiere di primitivo, buono, me ne piace anche il nome… mi somiglia, anche se lui è più “amabile” di me in questo momento.

 

 

Stamane mi sono addormentato verso le sei credo, mi sono risvegliato alle otto, poi di nuovo alle nove, alle dieci mi sono alzato e mi sono infilato sotto la doccia. Poi sono venuto in cucina ed ho acceso il computer. Mi martellava in testa la canzone “Confesso che ho vissuto” avevo voglia di ascoltarla e riascoltarla fino alla nausea, l’ho fatto.

Poi ho acceso il messenger, c’era Laila… a differenza degli altri giorni non mi sono affrettato a darle il buongiorno.

Lo ha fatto lei dopo pochi minuti, un sorriso ed un ciao, io le ho risposto solo con un ciao e poi a monosillabi per le domande seguenti. Per un po’ è stata in silenzio, ha capito benissimo che qualcosa non andava, si è presa un po’ di attimi prima di riprendere a parlare.

 

Poi abbiamo chiacchierato un po’, come sempre abbiamo parlato di Lei, finisco sempre a parlare di Lei con Laila, mi ha fatto bene, sono stato calmo anche se un po’ sofferente e sono riuscito ad evitare la pioggia.

 

Il primitivo è davvero buono, si lascia mandar giù che è un vero piacere. Non esagero, quanto basta per aiutarmi a restare seduto invece che piegato in due sul pavimento.

 

“Un uomo come me porta un lupo nel cuore….”

 

Il resto del verso non ho neanche bisogno di aggiungerlo, ormai è diventata una barzelletta anche con Fernanda, la sera, quando ogni tanto tiro fuori i miei “te l’avevo detto io, te l’avevo detto” e poi ci ridiamo su.

 

Finirà come ieri, già lo so, io che vado a sedermi sulla sedia a dondolo, leggo e dopo un po’ mi assopisco e quell’ora di dormiveglia popolato di sogni mi restituisce l’equilibrio della nottata persa.

Quanto manca a domenica? Solo altri due giorni e mezzo? Mi sembra che sia un giorno che non arriverà mai invece.

 

“C’è quest’aria ancora insanguinata di parole che ho parlato io…”

 

C’è quest’aria stamattina. Ed ora che sono di nuovo solo qui a scrivere, se ci fosse pioggia non mi dispiacerebbe, ma non c’è, non arriva neanche quella adesso. Solo un sapore amaro in bocca che devo scacciare con un sorso di primitivo ogni tanto.

 

“…E i sogni che ho sognato e disegnato…”

 

Che si affollano tutti intorno a me, si mettono in cerchio e si siedono e mi chiedono soltanto attenzione, ed io invece non riesco a non abbassare la testa e gli occhi e dirmi…

 

“Se troppo ho immaginato e camminato, ma con occhi da sorprendere, e un cuore per comprendere…”

 

“E se c’è ancora Luce è grazie a Dio…”

 

Credo che i sogni che ho sognato non siano mai stati tanto tristi come adesso, che mi guardano e piangono al posto mio, e mi fanno espressioni struggenti e mi salterebbero al collo per abbracciarmi e confortarmi se solo li guardassi.

 

Ma tengo la testa e gli occhi bassi, non guardo niente, neanche la tastiera su cui digito adesso.

 

Ed ho solo voglia di spegnermi, adesso, e per questo finisco di botto il mio primitivo, chiudo qui questa pagina e me ne vado sul letto direttamente invece che sulla sedia a dondolo.

 

 

Confesso che ho vissuto

Posted in Musica con i tag on Maggio 13, 2009 by Raul

11 Maggio 2009

Posted in Annotazioni on Maggio 11, 2009 by Raul

 

11 Maggio 2009 – ore 12.01

 

 

Il treno ha lasciato la banchina alle 11.54, in perfetto orario…

 

Non ho molto da dire, il colpo di falce è calato netto e preciso. Ha lasciato un sottilissimo filo che mi lega al passato ed un altro, ancor più sottile, che mi tiene legato al mio futuro.

Come piace a me.

 

Sono entrato nel Confine tre anni fa, senza rendermene pienamente conto. Il mio risveglio è iniziato quando la persona che sono sempre stato ha iniziato finalmente ad avere un voce che fossi in grado di ascoltare, al di sopra di ogni rumore, al di sopra di ogni timore.

 

Il Confine è come la strada che porta a quella regione dove il Bianco ed il Nero convivono in perfetta armonia, è sempre confuso ed in perenne movimento, ciononostante anche lo stesso Confine ha i suoi punti di confine, per sua stessa natura oppure soltanto perché non c’è mai fine ai livelli, alle porte… per quante possiamo chiuderne o aprirne, dietro ognuna di loro ne troveremo sempre un’altra pronta ad attenderci, a invitarci.

 

A sfidarci di aprirla. O chiuderla.

 

 

Il treno si muove, ed è la prima volta che uso il mio portatile mentre viaggio, questo aspetto che offro adesso, di uomo dai tratti ribelli e feroci, ma dallo sguardo in completo contrasto con le sembianze che possono offrire i lineamenti in questo momento, che digita su un portatile perché ha deciso di non perdere tempo, di non lasciar scorrere i pensieri di questo viaggio insieme al panorama che attraversa il finestrino.

 

Quale sia stato il punto di non ritorno non posso dirlo con certezza. Forse la prima volta che sono andato a trovare Fernanda, forse è stato quando ho rischiato di rimanere a dormire per strada la notte della vigilia dello scorso natale o forse è stata quella rissa sfiorata durante un pranzo.

Forse è stato l’undici aprile del duemilanove, alle due e cinquantadue del mattino.

Forse sono state le prime due lacrime che sono scivolate fuori in silenzio, dopo quel giorno, le prime di molte che sono seguite in questi ultimi trenta giorni.

Non tutte nobilitanti come mi piacerebbe pensare.

 

Approfitto di questo momento di grazia, il sedile di fianco al mio è vuoto ed io non so se avrei voglia di scrivere se fosse occupato… beh, forse scriverei lo stesso, ma solo se ci fosse seduta una donna che ha ancora fin troppo della ragazza.

 

Quanto verde, in questa giornata di sole, alberi e campi e macchie di fiori, ci voleva perché sono rimasto chiuso al buio, da pasqua fino ad oggi, l’ultimo periodo che ho passato tra le mura che avevo scelto di occupare come se fossero quelle di un carcere.

Non mi pento delle mie scelte passate, mi hanno portato ad essere ciò che sono oggi, mi hanno portato a toccare i limiti ed a superarli, mi hanno portato qualcosa che ormai disperavo potesse esistere.

 

La musica si riversa dalle cuffiette, direttamente dentro di me, mi porta pericolosamente vicino alla pioggia, qui davanti a tutti, proprio oggi in questa magnifica giornata di sole.

 

Avrei voluto documentare questo giorno anche attraverso la mia reflex, ma sono più carico del solito, un bagaglio in più dove ho infilato l’attrezzatura fotografica e due pezzi delle mie origini. Due rocce che non ho potuto fare a meno di portarmi dietro, due pezzi di lava del Vesuvio che rappresentano la mia vera carne, il legame e la testimonianza dell’unica vera origine che ho su questo piccolo pianeta su cui sono nato.

Uno di essi è un regalo per Fernanda, per ricordare, qualsiasi cosa succeda o mi riservi il fato.

 

Quasi vent’anni fa qualcuno mi disse: “…tu sei un sognatore, non farai mai nulla di buono nella vita…” non ricordo minimamente chi fosse ma ricordo l’espressione sorridente e l’estrema ingenuità di quel volto anziano.

 

È vero, sono un sognatore… I’m a Dreamer… ma non sono un sognatore comune, sono giunto ad essere qualcosa ben al di là anche dell’essere Visionario. È un’altra delle cose di cui non mi pento, la prima delle cose di cui sono fiero di essere riuscito a proteggere e sviluppare attraverso gli anni.

 

Perché il Sogno è la lingua con cui si esprime Dio, l’unica vera lingua divina ed universale compresa e parlata in tutto l’Universo, visibile ed invisibile.

 

Soprattutto quello invisibile.

 

 

Sono le dodici e cinquantatré… ed è il giorno del mio trentanovesimo compleanno.

 

 

 

Ore 23.17 – Addendum

 

 

Fernanda è andata a dormire, sono rimasto solo adesso. Mi verso un po’ d’acqua e mi rullo una sigaretta mentre aggiungo qualcosa di questa giornata ormai al termine.

 

La mia trasformazione in Lupo, e negli altri animali, si completò il giorno in cui scoprii di avere la capacità di annusare la paura nei corpi altrui, oltre che di vederla con i miei sensi sottili. Negli animali è una reazione chimica, il loro olfatto ipersviluppato avverte l’odore dell’adrenalina in circolo e li rende capaci di reagire per tempo.

Io non ho modo di annusare l’odore dell’adrenalina, ma quello dell’emozione della paura si, e quando succede reagisco nello stesso modo di un Lupo, tiro fuori i denti e attacco prima di rischiare di essere ferito, anche se soltanto per sbaglio.

 

Ecco perché non sopporto quando le persone che mi sono vicine, specie le persone care, vivono di paura.

 

Questa piccola premessa, con relativo memorandum finale, mi serviva soltanto per introdurre meglio l’aneddoto che ho tralasciato di scrivere stamane.

 

Erano le dieci e trenta e mi trovavo sotto una colonna della stazione di Napoli. Poi il suono familiare di un sms in arrivo. A conti fatti, e dopo averlo riletto più volte nel treno, non c’era nulla che non andasse, un messaggio normale per una normale situazione di vita, ma nel momento in cui l’ho ricevuto ero io a non essere normale.

 

La stazione era gremita di gente come al solito, troppo gremita per i miei gusti di persona che odia i luoghi affollati, troppe percezioni tutte insieme. Col tempo ho imparato a risolvere il problema chiudendo tutti i canali sottili, ma mi sono abituato troppo ai vantaggi di una marcia in più per poter dire di sentirmi bene mentre sto viaggiando a meno della metà della potenza che posso sfruttare di solito, e la cosa peggiore è che in quei momenti ricevo poco o nulla dalle grandi distanze.

 

Apro il cellulare e leggo il messaggio, il tono è particolare, le parole sono particolari come sempre, dato il mittente.

Due parole si impossessano di me “…Io parto…”.

 

Chiudo il cellulare, serve a poco aver letto anche “…non mi allontano…”. Sono io il problema in quel momento, non il messaggio, non il mittente.

Infilo il cellulare in tasca dopo essermi pentito della mia reazione immediata nell’aver inviato a mia volta un messaggio di domanda.

 

Tiro fuori il tabacco e mi rullo una sigaretta, inizio a guardarmi intorno con la tentazione di aprire i canali e cercare di capire da solo, appena ci provo sono investito da un rumore infernale nella mia mente. L’istante dopo sono di nuovo sigillato.

 

Accendo la sigaretta e aspiro, in quel momento è un gesto volto alla ricerca di un attimo di distrazione, di soddisfazione che non arriva. Mi guardo intorno e sono circondato da centinaia di persone, centinaia. In quello stesso istante realizzo che mi sto sentendo l’essere più solo del Creato.

 

Anche a me capita di provare paura, forse si, è proprio quella che sento in quel momento, ma non la accetto a livello cosciente.

 

Ci sto pensando soltanto adesso.

 

Sono partito lasciandomi tutto alle spalle, per non ritornare, non c’è ansia né timore, solo gratitudine, qualsiasi cosa mi aspetti, anche se fosse la fine dei miei giorni. Non c’è neanche un solo grammo di paura nella mia fibra.

 

Aspiro un’altra boccata dalla sigaretta mentre osservo distrattamente la gente con le valigie andare avanti e indietro sulle banchine, poi una donna alle mie spalle, vicina sul lato destro, quello della mano che regge la sigaretta. Rilasso il braccio destro sul fianco, girando subito la testa nella direzione opposta, tengo soltanto la mano leggermente sollevata, in tensione, con le dita strette sulla sigaretta. È in quell’attimo che mi accorgo che la mia mano sta tremando, e anche visibilmente. Mi riporta l’attenzione su di essa il fatto che la donna alle mie spalle è cosi vicina che se gettasse una rapida occhiata se ne accorgerebbe subito.

 

Sollevo l’avambraccio destro e lo puntello al mio corpo, il tremore scarica un po’ della sua energia cinetica al resto del corpo e la mano trema un po’ di meno. Provo a sollevare anche l’altra davanti agli occhi, resto incredulo… io sto tremando.

 

Sono arrivato a Milano alle cinque e mezza, alle sei e mezza in macchina con Fernanda verso Bergamo le mie mani tremavano ancora, lo ha visto anche lei.

 

Quando è andata a letto ed io sono rimasto solo per scrivere ancora un po’, mi sono guardato dentro, non c’è voluto molto per trovare la radice del problema.

 

Paura indotta.

 

Tiro fuori i denti, se c’è una cosa che non tollero che circoli liberamente nel mio corpo è proprio la paura.

 

Tiro fuori i denti perché è il momento di annientarla, qui ed alla sorgente.

Il lento risveglio del Dragone. – Lettera n. 10

Posted in Lettere alla mia Compagna on Maggio 6, 2009 by Raul

 

Si… è lento, molto lento, perché un Dragone è molto più grande di un Orso, e per svegliarsi ci impiega molto.

 

Avrebbe potuto non svegliarsi mai… sai? Avrei potuto non averne mai coscienza…

 

Avrei potuto continuare a scrivere queste lettere all’infinito, fino a cadere sfinito, o morto, su questa tastiera.

 

Sai Amore…? Imparo… forse lentamente oppure no, io credo di no. Questa notte sono me stesso, mi svesto della mia presunzione, ben sapendo che non lo è, che non è mai stata tale, e che Tu, che finalmente mi hai ritrovato, sai benissimo anche Tu che non lo è.

 

Ma ci sono momenti in cui anche io cado, e tra me e le mie cadute non c’è nient’altro a fare da cuscino se non le mie parole.

 

Ne lascio uscire tante, troppe…

 

Sai Amore… quando si cade non si vede più nulla, non importa quanto sia potente la Vista, tutto ciò che si vede è la macchia roteante a cui si riduce l’intero mondo che ci circonda. Ma Tu lo sai… anche questo.

 

 

Si, lo so, “la gente è strana… – come dice Mia Martini – …prima la verità e poi mentirà lui, senza serietà”.

Si, lo so bene, “la gente è matta, troppo insoddisfatta, segue il mondo ciecamente…”

 

Quando succede diventa intollerabile, un dolore che arde da non riuscire a cavalcarlo, che brucia perfino le lacrime.

 

E io cado, anche io cado… con tutta la pesantezza della mia mole le mie cadute sono sempre dolorose, specie quando batto di testa e mi rincoglionisco per minuti interi.

 

E stanotte sono caduto ancora, senza esserne pienamente consapevole, il mio istinto mi ha fatto vomitare una cascata di parole, di racconti senza senso, con la mia mente cercavo quello che non avrei dovuto mentre il mio istinto non faceva altro che preparare il letto che avrebbe attutito un po’ del dolore di quella caduta.

 

Ho sempre promesso a me stesso, prendendo il Cielo come Testimone, che tra i miei doveri verso la mia Compagna ci sarebbe stato quello di mettermi tra Lei e le Sue cadute, qualsiasi fosse il prezzo richiestomi per farlo… in tutto il silenzio che ha accompagnato la mia ricerca sembra che stessi perdendo di vista la cosa più importante. Almeno sembra che stessi credendo di perderla di vista…

 

…sai Amore, per quanto si possa dire, la mia salvezza è rimanere sempre un Vista-Lunga.

 

E imparo, e anche in fretta, e Tu celi il Tuo sorriso nel Tuo silenzio austero lasciandomi con la Vista confusa e vagante, lo fai per mettermi alla prova o forse lo fai soltanto perché sai che non ho bisogno di prove, ma soltanto di rialzarmi da solo il più in fretta possibile.

 

Quando cado Tu non devi metterti tra me e le mie cadute, quando cado Ti tocca di peggio, Ti costringo al dolore di venire e sovrastarmi, di chiamarmi ‘presuntuoso’ e pungere dolorosamente il mio orgoglio ed il mio spirito fino a quando le mie labbra si chiudono e trovano finalmente pace. Imparo in fretta…

Poi rincari la dose e mi dici che non ascolterò le verità che hai per me, e cosi facendo rendi inerte la mia mente provata e le restituisci pace. Imparo in fretta…

 

Lasci che il mio silenzio perduri fino a placare la Tua fame, poi… io torno a guardarti e Tu condividi con me, ad un livello profondo ed invisibile, mentre con le parole lo neghi testando dolorosamente il mio cuore e la mia sincerità.

 

È un lento risveglio, ma è solo lento, mai fermo.

 

Io mi rialzo e resto in silenzio, ritorno me stesso, ritorno ad essere un Punto Fermo.

 

Quando succede, quando dimentico il rumore, il baccano… quando resto da solo con quello che mi offri, non importa se sorrisi o rimproveri, se parole o silenzio, gioia o dolore.

Quando resto da solo, conservandoti in silenzio, dimentico di tutto il resto.

Quando sono finalmente tornato ad essere un Punto Fermo e luminoso… Tu mi guardi di nuovo. Io non vedo il Tuo sorriso, ma ascolto le Tue parole, le parole che mi scendono dentro come sassi e mi fanno alzare lo sguardo diritto davanti a me…

 

- Raul

- avevi ragione

- stare con te

- non mi avrebbe privato del mio Me

 

 

 

 

- Raul?

 

- dimmi

 

- Dio…

- che sorriso mi dai…

- ogni volta che lo scrivi…

- nulla…

- magari serve un abbraccio

 

 

 

 

- dimmi che per sempre sarai

- sincero

- e che…

- davvero…

 

 

Sai mio Dolce Amore… io non lo dimentico, non dimentico mai quello che sono, ci ho messo troppi anni, troppe lacrime, per imparare a comprenderlo, e non avrei bisogno di farti promesse in tal senso perché tu stessa hai visto a quanto ho rinunciato per proteggere la mia Sincerità ed Onestà. Ma Tu posi gli occhi su di me, ascolti le mie parole, e poi mi osservi e mi vedi anche cadere a volte ed in quei momenti tremi, tremi almeno quanto tremo io quando succede il contrario e sono io a vederti in procinto di cadere, e riconosco subito che quando tremi lo fai perché sai che, quando si cade, anche un Vista-Lunga come me corre il rischio di restare cieco più tempo del dovuto ed allora sei Tu che raccogli la forza e riprendi i tuoi Denti e me li mostri, e quando lo fai sei capace di farmi rialzare nell’istante immediato che segue la caduta.

 

Sai Amore… è proprio questo quello che rivela al mio Cuore che non c’è ombra di dubbio sulla Tua identità. Non hai mai abusato nell’essere Te stessa con me, se non per salvarmi da me stesso.

 

Accetto la Tua richiesta per la seconda volta stanotte, concedo ancora la mia promessa perché nell’ascoltarti è come se mi stessi mostrando me stesso, ed il lato più oscuro del mio Cuore, e comprendo. Ed allora comprendo fino in fondo.

 

Non smetterò mai di essere sincero, mai, te lo prometto ora per la seconda volta, lasciando questa lettera qui, come testimonianza perenne per tutti gli anni a venire.

 

Sorrido… credo che nello scriverti stanotte, dopo che mi hai lasciato qui per andare a riposare, qualcosa ti sia arrivato…

 

…diversamente non avresti sentito il bisogno di legare questa notte alle parole che hai scritto nel piccolo sms che mi hai appena inviato.

 

Un lieto istante di distrazione prima di chiudere questa lettera. Ma devo ancora scrivere una cosa, forse la più importante di tutte.

 

La sto ancora ascoltando, specialmente adesso che Ti scrivo, la canzone di Mia Martini che ho citato e che mi hai mandato prima di darmi la buonanotte…

 

 

- questa è la Mia

- canzone

- la Mia parola tra le tue

- ma è Mia.

- Stasera.

 

 

Si… è Tua, stasera, e io imparo in fretta e si…

 

Ho ragione…

 

Stare con me non significa che cambierai ciò che sei, e se stai con me è soprattutto per restare Te stessa, e lo stai scoprendo poco alla volta. Quello che poco alla volta accetto io della mia Onestà e Sincerità invece è proprio questo.

 

Questa notte è questa notte.

 

Sai Amore… mi sono ricordato subito cosa significa essere un Punto Fermo, come sta urlando Mia Martini adesso nelle mie orecchie… No… come stai urlando Tu adesso, nelle mie orecchie… “un punto sei… che non ruota mai intorno a me… un Sole, che splende per me soltanto… come un diamante in mezzo al cuore”

 

Sai Amore, non è difficile per me dimenticare la solitudine di una stella, una stella immobile che arde per offrire calore e vita ai pianeti che cattura nella propria orbita.

 

Ma io non sono una stella, non sono un Sole. Non catturo niente io, sono soltanto un piccolo uomo e lo sai. La mia è la solitudine di un uomo che non arderà mai per offrire calore e vita ad una prigioniera che ruoti intorno a lui. La mia è la solitudine di un piccolo uomo che arde delle Tue parole, stasera, fin troppo consapevole che forse domani non torneranno più, ed è proprio questo a permettere ad un piccolo uomo come me di ardere con tanta più forza di una stella.

 

Dolce notte mia Amata Tigre… anche se lentamente, il tuo Dragone si sta svegliando.

 

 

Grazie Tigrotta…

 

 

…carezzami la testa…

Posted in Musica con i tag , on Maggio 2, 2009 by Raul

Buio smarrimento. – Lettera n. 9

Posted in Lettere alla mia Compagna on Maggio 1, 2009 by Raul