16 Maggio 2009 – 1.
Non riesco a restare a letto a lungo, il Vento si muove brioso fuori della casa e preme alla finestra chiusa senza che io me ne renda pienamente conto, so soltanto che il giorno è arrivato e che sono perfettamente sveglio nonostante le poche ore di sonno. Ho tutto il tempo di ignorare i sorrisi del Vento che sembra non stia più nella pelle e dedicarmi solo a me stesso.
Una doccia fatta con calma, la lenta asciugatura dei miei capelli che sono tornati ad essere lunghi come nei giorni della mia giovinezza. Un’occhiata di sfuggita allo specchio che mi invita a prendere il rasoio e darmi una sistemata alla barba… quella chiamata la ignoro, va bene così… una trascuratezza che serva a ricordare che sotto la patina di civiltà sono un essere altamente selvatico, che i miei animali sono sempre sotto la pelle pronti a balzare fuori in ogni momento.
Un saluto a Laila, in piedi, tra una boccata di fumo e l’altra della mia sigaretta. Niente caffè, soltanto del succo di frutta, dolce, per spegnere le mie reazioni alle sue divertite battute mentre la percepisco sorridere nervosamente dall’altro lato del monitor.
Si diverte a punzecchiarmi perché le riduce l’ansia e perché forse per lei è come una piccola rivincita su di me, vuole esaltare un lato quasi infantile della mia umanità in quel momento ed io, che in un qualsiasi altro frangente l’avrei immediatamente smontata, sorrido e torno ai miei pensieri.
Il Vento entra dalla finestra della cucina, mi invita ad uscire ed io guardo l’orologio sulla parete… ancora un po’, ancora un quarto d’ora, il tempo di finire la mia sigaretta.
Sono le dieci e quarantacinque quando mi chiudo il cancello alle spalle e mi incammino, la borsa della reflex è con me anche se so perfettamente che non la userò. Incrocio delle donne anziane che si fermano a guardarmi da dietro i loro occhiali da sole, anche se non vedo fisicamente i loro occhi mi arriva tutto il loro stupore, è come se stessero guardando chissà chi, chissà cosa… poi le loro labbra semiaperte ed attonite si distendono subito in un sorriso quando mi volto per guardarle e darle il buongiorno.
Trenta passi, soltanto trenta passi sulla strada e l’energia comincia a salire dal terreno. La prima cosa che salta sono i muscoli delle gambe, dalle caviglie alle ginocchia è un unico groviglio di crampi dolorosamente lancinanti. Non altero il mio passo, né la velocità dell’andatura, calma, costante, la mia tipica andatura lenta ed inesorabile, come quella del Tempo.
Arrivo all’incrocio dove avevo convenuto con Fernanda che sarei rimasto ad aspettarla, mi guardo intorno e pigio sul pulsante del semaforo per avere il passaggio libero, attraverso la strada e continuo a camminare, un paio di chilometri, forse più, forse meno… non mi fermo, so già dove voglio che mi trovi. Arrivo alla rotonda sotto il cavalcavia e mi siedo sul muretto al bordo del marciapiede, sono proprio di fronte alla strada su cui spunterà, mi rullo una sigaretta e scambio quattro chiacchiere al telefono con Fernanda, lei si preoccupa dicendo che sono in anticipo e che dovrò aspettare un bel po’, io sorrido e la rassicuro che va bene così, poi chiudo il cellulare e torno ai miei pensieri.
C’è il tempo che serve per penetrare a fondo tutte le dimensioni di quel momento, per penetrare completamente il luogo che mi circonda.
Sorrido alle occhiate stranite che mi rivolgono le persone dalle macchine che attraversano la rotonda.
Il tempo passa, sono calmo e rilassato e comincio a sentire l’aria che la precede spingere verso di me dalla strada di fronte. Abbasso gli occhi sulle mie mani e rullo un’altra sigaretta, quando l’accendo so che è a meno di cinquecento metri dall’incrocio, in fase di rallentamento dietro una piccola coda di auto.
Accendo la sigaretta ed aspiro, sbuffo via il fumo e sollevo la testa, l’istante che segue appare la cabrio blu e si ferma all’incrocio, quasi timida…
mi ha visto… seduto all’ombra del cavalcavia, sul lato opposto della rotonda rispetto a Lei.
Appena riparte e si infila decisa nello spazio tra le altre auto, iniziando a curvare e poi avvicinandosi per accostare piano, inizio a scuotere la testa sorridendo ed abbassando gli occhi sulla strada davanti a me fino a quando non la vedo occupata dalla parte bassa della fiancata della sua auto, poi sollevo lo sguardo e vedo Lei, nell’ombra della cappottina tirata su. Capelli corti, sorriso aperto e gli occhiali da sole che ha scelto come scudo contro di me. Sorrido e mi alzo lentamente, mi avvicino e apro la portiera, un rapido saluto e poi subito inizio a fare il “cattivo”, provocandola le indico la sigaretta e le chiedo il permesso di fumare in macchina.
Continuo a fare il cattivo, dopo essermi seduto resto in silenzio a guardarla da dietro gli occhiali che, polarizzati dalla luce solare, sono abbastanza scuri da nascondere i miei occhi. Sorrido in silenzio mentre sento il suo imbarazzo che cresce. È il momento in cui posso godere del vantaggio della mia calma, a dispetto di lei.
Mi diverte quando ad un certo punto, inciampando sul primo respiro, mi chiede in che direzione deve proseguire.
Gliela indico e mi giro a guardare verso la strada, le offro un momento di calma e di tempo per riprendere il centro di se stessa. Lo passo dando una rapida occhiata all’interno della cabrio.
Cruscotto impolverato, come la carrozzeria, tappetini non spazzati, vari sedimenti in giro negli interstizi. La voce del suo motore invece è chiara, forte e… unica. Non preme sull’acceleratore ma anche così il suo sommesso rombo mi sussurra all’orecchio interno delle piccole modifiche che lo rendono speciale. Lei segna questo punto a suo favore senza neanche saperlo, la sua auto non è pulita fuori, ma è curatissima sotto la pelle. Proprio come piace a me. Provo subito il desiderio di poterla guidare.
Pian piano riporto gli occhi verso di Lei, con calma, mi fermo sulle sue mani mentre reggono il volante. Mi piacciono subito, sono grandi quasi quanto le mie, stesso aspetto, stesso dorso tracciato dalle vene in risalto e dai legamenti che si tendono ad ogni movimento. I suoi polsi sono sottili, ed hanno tre anelli, proprio come i miei. Sorrido ancora.
Mi giro guardarla in volto. Lei sorride e per un attimo solleva i suoi occhiali ed io ne approfitto immediatamente, sollevo i miei e la guardo dritta negli occhi, è solo un istante ma mi basta.
“Smettila… – mi dice sorridendo – …riabbassa subito gli occhiali e smettila di guardarmi, non è il momento adesso”.
Non se ne accorge ma aumenta impercettibilmente la pressione sull’acceleratore, la velocità rimane costante ma la voce del suo motore si lascia scappare un momentaneo ed impercettibile ruggito di nervosismo. Si è agitata ed ha scaricato subito l’onda sulla sua cabrio, ha un bel rapporto con la sua macchina e la cosa mi piace. Come previsto, dopo qualche decina di metri, mi entra in panico e mi dice che deve fermarsi subito perché l’auto sta per andare in ebollizione. Il tono della sua voce è leggermente più alto anche se resta divertito, si distrae un momento quando le dico di accostare, abbassa il capo a guardare intensamente il cruscotto per qualche attimo
“No… no… – dice contraddicendosi – …tranquillo”
Lo dice a me ma in realtà serve a lei, io le guardo la curva dei seni che si sollevano indicandomi che sta respirando a fondo. Sorrido mentre la osservo come riprende il controllo di sé e della sua cabrio.
Arriviamo fino a casa senza alcun problema, l’unica piccola concessione, il piccolo regalo che mi ha fatto durante il tragitto, è stato quello del gesto fatto con la mano quando con lentezza misurata l’ha spostata sullo stereo ed ha fatto scorrere due o tre canzoni per cercarne una in particolare che in realtà non desiderava affatto ascoltare in quel momento.
Mi stava solo facendo notare che aveva su un cd con tutti i brani che le avevo spediti io.
Maggio 19, 2009 a 4:28 pm
Io sorrido