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21 Dicembre 2008 – Domenica

Posted in Diari e Ricordi di Viaggi on Gennaio 23, 2009 by Raul

Mattino inoltrato.

 

Il risveglio è brusco nonostante l’ora tarda.

Mi metto subito a sedere, in silenzio guardo verso la finestra con le tende chiuse e la tapparella quasi del tutto sollevata, piena di luce invernale grigia e uniforme.

Mi incazzo immediatamente.

 

Mi vesto in fretta e mi infilo in bagno, non c’è lo specchio, me ne ricordo bene solo ora che scrivo, a distanza di quasi un mese da allora, da ciò si nota quanto tengo agli specchi oppure quanto riesco a farne a meno? Strofino lo spazzolino sui denti e sulle gengive, a testa bassa, con la mano sinistra poggiata sul bordo del lavandino a reggere il peso delle spalle e con gli occhi fissi nel buco dello scarico, strofino finché sento un sapore metallico sulla lingua. Infilo lo spazzolino sotto il getto d’acqua, lo ripulisco con attenzione, gli rimetto il cappuccio di plastica e lo infilo nel bicchiere sul lavandino. Metto la mano destra sotto il rubinetto e raccolgo una palmata d’acqua gelata, la porto alle labbra, ripeto il gesto per due o tre volte, fino a riempirmene la bocca e poi la mastico fino a ripulirmela. Con calma ed attenzione abbasso la testa sul lavandino e sputo l’acqua, ne raccolgo ancora per un sorso da bere e poi mi rialzo, chiudo il rubinetto e prendo un asciugamani.

Sono ancora più incazzato, per fortuna la mancanza dello specchio mi risparmia il confronto con i miei occhi.

 

Entro in cucina e la trovo invasa dal Sole. Un po’ di peso mi scivola via di dosso.

 

  • Buongiorno!
  • …Buongiorno…

 

Recupero una tazza di caffè e inizio a rullare una sigaretta mentre ascolto il programma della giornata, io devo cucinare e poi dopo pranzo ci sarebbe una passeggiata in compagnia… chiudo la sigaretta, sollevo la testa verso di Lei e la guardo, uno strato di calma mi avvolge e mitiga la mia reazione, scuoto il capo solo per un attimo.

 

  • Non ho voglia di vedere nessuno oggi, esclusi i presenti, se non ti crea problemi possiamo uscire da soli, altrimenti posso restare anche qui da solo… – accendo la sigaretta dopo aver preso un sorso di caffè – …fumo questa in silenzio e poi inizio a cucinare.
  • …Va bene…successo qualcosa?
  • Adesso devo cucinare, prova a chiedermelo più tardi.

 

Apro la finestra e infilo la testa fuori, nell’aria pungente. Mi faccio strappare gli occhi dal cielo e dalla terra mentre scaccio a calci i pensieri residui del sogno che mi ha schiaffeggiato.

 

* * *

 

Rimetto la testa dentro dopo aver spento la cicca nel posacenere sul davanzale, sono calmo anche se per niente tranquillo e la cucina è un rimedio miracoloso in questi casi. Per un’ora e mezza tutta la mia attenzione è rivolta a fare qualcosa che possa riempire tanto lo stomaco quanto il cuore dei miei commensali.

Aver visto volare seconde e terze porzioni è stato un grato dono.

 

 

Pomeriggio

 

Sono seduto in macchina, sul sedile del passeggero.

Lei guida senza una meta precisa, come ama fare per se stessa nei momenti in cui si rilassa, io ne seguo gli impulsi e le parole docilmente e rispondo a varie domande e ne pongo a mia volta mentre i miei occhi sono rivolti sul paesaggio circostante.

La Val Seriana è seriamente bella, specialmente i corsi d’acqua che l’attraversano, ci sono meno sempreverdi rispetto ai boschi delle mie parti, ma c’è molta più acqua, come piace a Lei.

Ad un certo punto mi fisso a guardare il navigatore…

 

  • L’ho acceso cosi… – mi dice – …non metto nessuna destinazione… appena vedrò una chiazza blu apparire da qualche parte, mi ci dirigo, come faccio di solito. 

 

Sono un gatto curioso e oltre a osservarle, le cose, le annuso anche ogni volta che posso, col suo navigatore mi sono astenuto però. Torno a guardare fuori.

A volte il paesaggio è duro, fa un po’ male, forse è il grigio della luce invernale che stimola le frequenze della tristezza… non lo so. Di certo c’è che il posto non lo sento per nulla familiare, e questa è una cosa che mi succede solo quando provo il forte desiderio di far parte dei luoghi dove mi trovo. Ogni tanto occhieggio lei di sbieco, dalla testa ai piedi, ne osservo la postura, il movimento delle mani sul volante. Non mi sfiora neanche lontanamente l’idea di chiedermi se a lei capita mai di fare altrettanto con me, la curiosità di un gatto è sempre narcisismo riflesso.

 

Appare la macchia blu… è il lago d’Iseo e noi ci arriviamo dal lato di Lovere. È il mio primo lago, almeno il primo così grande, non so cosa pensarne. Scendiamo dalle colline, non so se la città che vedo occupare una delle rive è Lovere oppure no; non lo chiedo perché non mi piace l’aspetto che ha, in stridente contrasto con gli ampi vuoti che la circondano. Non lo chiedo anche perché, vista da lontano, mi ricorda troppo una delle tante cittadine sulla costa del Tirreno, dalle mie parti…

 

…cerco di dimenticarmene subito.

 

Non so se Lei se ne accorge, non mi chiedo mai neanche questo, insieme a un mare di altre cose, ma è brava… infila la strada che costeggia il lago e punta in direzione opposta alla città.

 

  • Ci sono già stata qui… mi ricordo che più avanti c’è un altro lago, è più piccolo di questo ma… credo ti piacerà.
  • Come si chiama?
  • Endine.

 

End… penso in inglese per un istante.

 

  • Portami a Endine. Si.
  • Ok.

 

La strada costeggia un porticciolo, poi una piccolissima piazzetta che si affaccia sul lago. Lastricato di pietra, panchine e piccole cicadacee. Oltre la ringhiera del belvedere la superficie dell’Iseo è scura, i pali di legno degli ormeggi e i gabbiani che volteggiano bassi fanno a gara per disputarsi la mia attenzione. Vince un gabbiano solitario posato sulla cima di uno di quei pali, la sua testa è rivolta nella mia direzione come se stesse guardando proprio me…

Scaccio la tentazione di dirle di parcheggiare e farmi scendere per scattare qualche foto, conservo con attenzione l’immagine di quel gabbiano e mi volto di nuovo a guardare la strada.

 

  • Guarda… – dice quando usciamo dalla curva della piazzetta, ha un largo sorriso e nella voce le sento lo stesso tono emozionato e felice che potrebbe avere una bambina piccola – …come si fa a non innamorarsi di un posto così? Guarda! Guarda! 

Sorridendo raccolgo il suo invito. Le case sono scomparse, alla mia sinistra c’è una parete di roccia, in alcuni punti è quasi a picco, una lunga scogliera in cui è stato scavato il minimo spazio necessario per una stradina a due corsie. Alla mia destra una roccia solitaria, massiccia ed appuntita, svetta dall’acqua per una decina di metri, forse più, sembra marcare una Porta per la strada tra la scogliera e il lago.

In alcune curve vedo l’acqua così vicina che sembra quasi stia per inghiottirci con tutta l’auto. Mi lascio ipnotizzare dalla sensazione e sono quasi preso da quegli abissi freddi quando un gabbiano scende in picchiata da una curva e vola in parallelo all’auto, in direzione contraria, passando come un lampo attraverso la visuale del parabrezza e dei finestrini, anche lui volta per un attimo la testa nella mia direzione, mi riporta alla realtà dell’abitacolo. Seguo il passaggio del gabbiano fino a trovarmi Lei davanti.

 

  • Non ti nascondo che questo tratto di strada mi sta facendo sentire un po’ agitato… per un attimo mi sono quasi visto nel fondo del lago.
  • Addirittura…
  • …Lo sai che non so nuotare, mi piace l’acqua ma quando ci sto vicino a volte provo ansia…
  • …Cosa significa questo? Neanche io so nuotare eppure non ne ho paura…
  • …Ma io sono stupido lo sai… invece di limitarmi a godere della sua superficie calma, non riesco a trattenermi dal fare un giro sul fondale. È una mia tara lo so, non ci posso fare molto…
  • …Manca poco ormai.

 

È tardo pomeriggio quando parcheggia la macchina sulla sponda orientale del lago di Endine, il sole è quasi scomparso e le condizioni di luce per fare foto sono disastrose da quella posizione, per fortuna la cosa non ha importanza, mi giro a prendere la borsa con la reflex dal sedile posteriore e poi scendo dalla macchina.

 

Osservo il posto senza fare alcuna considerazione, non so se per gli altri è facile interrompere di colpo il fiume dei pensieri, io ci ho messo un po’ di anni ma ad un certo punto ho imparato a farlo. Osservo le case lontane, i canneti sulla sponda, gli alberi e il corpo del lago, le anatre in cerca di cibo e le montagne in lontananza. Lei mi segue dappresso e mi dice cose… poi ad un certo punto si arrende e tira fuori la sua compatta per scattare qualche foto, il fiume dei pensieri è rigorosamente fermo.

Misuro avanti e indietro una cinquantina di metri di sponda, è l’unico angolo che offre una visuale che mi convinca, luce non ne è rimasta molta e io non ho comunque molta voglia… i miei occhi si fermano quasi per caso su una casa isolata, su una propaggine di terra che si spinge nel lago, l’unico pensiero che si divincola in quel momento è che non so se rivedrò mai quel luogo una seconda volta… tiro fuori la reflex dalla borsa e cambio il 18-55 per un 90-300. Pochi scatti, le montagne in lontananza, la sponda occidentale del lago col sole calante, la casa sulla lingua di terra.

Rimetto la reflex in borsa e raggiungo Lei sulla panchina dove si era seduta.

 

  • Non so per te, ma stare vicino all’acqua mi calma… – mi dice – …guarda quella, va giù… – mi indica un’anatra che nuota tranquilla sul pelo dell’acqua e che poi si immerge di colpo – …che combina? Sta sotto da un po’ ormai.
  • Tranquilla, sta cenando, tra un po’ la vedrai risalire. 

Qualche secondo dopo l’anatra riemerge un metro più avanti. Sbatacchiando le ali e riprendendo la postura ritorna a nuotare pigramente, la seguo un po’ con lo sguardo e inizio a vedere la superficie dell’acqua dalla sua stessa prospettiva. Forse è il crepuscolo, oppure la frequenza della luce nel cielo invernale, il riflesso sulle acque diventa la manifestazione tangibile del Tao in perenne movimento. Ovunque mi volti a guardare il lago, è là, riprendo la reflex dalla borsa.

Attraverso il mirino è là, in pieno equilibrio di luce, la superficie del lago, unica massa di acqua, unico essere, inclinata ad offrire un riflesso di sé che rivela a chi lo osserva che ogni cosa è in perenne lotta contro se stessa prima di esserlo contro l’esterno.

La luce ed il buio nell’acqua combattono senza mai scontrarsi, è una danza come nel Tai Chi Chuan, il buio si ritrae dove la luce si protende e viceversa, incessantemente, a cercare l’eternità attraverso il movimento del perenne scorrere del Presente.

Spengo la reflex dopo qualche scatto, mi giro per riporla nella borsa e mi blocco improvvisamente. Di nuovo bianco e nero, con le stesse ondulazioni della superficie del lago ma stavolta sono immobili, come una fotografia vivente di quelle acque.

Posso fare questo scatto… la mia mano esita sulla reflex… so che posso farlo, lo sento, potrei tranquillamente cogliere il momento che mi viene silenziosamente offerto, di certo è un mio desiderio farlo.

Continuo ad esitare con la reflex in una mano, il cervello sta già facendo i calcoli per dirigere l’altra a prendere il 18-55 e innestarlo rapidamente. I miei occhi sono fissi su quelle ondulazioni, come se avessero il potere di incatenarle e bloccarle per il tempo che mi occorre.

In silenzio ripongo la reflex nella borsa e la richiudo. Tiro un bel respiro e mi appoggio allo schienale della panchina, resto a guardare il lago mentre frugo le tasche in cerca di tabacco e cartine.

 

Accendo e aspiro, mi rilasso ondeggiando sull’acqua e scambiando parole con Lei finché l’aria fredda della sera non inizia a prendere forma come lieve strato di nebbia sull’acqua. Risaliamo sulla paprika (non è color salmone quello, non devo insistere, è paprika! …C’è scritto anche sul contratto d’acquisto, se voglio lo posso pure vedere!).

 

U_U

 

Ci inerpichiamo su per la strada di un valico, ho variato la frequenza del suono della conversazione portandola su armoniche più “sensuali”, è parte di me e non lo faccio con malizia, Lei mi lascia fare e mi asseconda fino a quando vede che alla serenità apparente, sempre presente sul mio volto, si aggiunge abbastanza leggerezza da spianare del tutto la pelle che lo ricopre. Quasi alla sommità del valico spara la sua bordata.

 

  • Cosa è successo allora?

 

La incasso con gioia e ridacchio… poi formulo la risposta nella mia mente e ridacchio ancora di più, non trovo nulla di meglio che citare il Morfeus del primo Matrix.

 

  • Hai mai fatto un sogno così vivido da non riuscire a distinguerlo dalla realtà? – chiedo in tono serio – Io da un sogno così mi sono svegliato stamane… – continuo a parlare lasciando vagare gli occhi sul paesaggio – …ho sognato una situazione che non esiste, che per un breve periodo della mia vita ho desiderato che esistesse però. La mia rabbia non era per altri che per me stesso, perché stamattina ho momentaneamente perso il controllo sui miei sogni e li ho confusi con la realtà, mi capita molto raramente. Il risveglio mi ha salvato ma io ho peccato per troppo tempo e per di più ne ero cosciente, tu ne sei stata testimone, allora mi sono chiesto: da esattamente quanto tempo so di stare confondendo sogno e realtà? Ergo… mi sono incazzato. Ma adesso sto meglio, il Tuo lago ha funzionato, mi sento stappato come una bottiglia a San Silvestro.

 

Le parole che seguono non sono realmente necessarie, ma proprio per questo le apprezzo ancora di più. È buio ormai quando Lei parcheggia l’auto nel garage; questa volta rientrare a casa, anche se da ospite, ha effetti completamente diversi, anche se la mia voglia di non vedere nessuno non è ancora svanita.

 

Adesso devo imparare come fermare il fiume del Tempo.

Nembro

Posted in Diari e Ricordi di Viaggi on Dicembre 26, 2008 by Raul

Nembro.

Martedì 16 dicembre 2008 – ore 14.00

 

 

L’aria è fredda e pungente più di quanto sia abituato a sopportare, ma è frizzante e tonifica i sensi.

Il panorama è cambiato, gli accenti anche, il caffè ha un sapore diverso e la mia aura inizia ad espandersi come non faceva da parecchio ormai.

Mi sono svegliato tardi, mi aggiro con calma per casa come un gatto curioso e subito, proprio come un gatto, cerco una finestra su cui incollare il muso; tiro fuori la reflex e la punto sui monti coperti dalle nuvole, sulla memoria delle tegole e sui camini intirizziti, sugli scheletri invernali dei ficus nel giardino della Leonessa Maior, catturato dalle gocce che si aggrappano ai rami scuri, brillanti come perle.

 

Piove leggermente sui profondi colori invernali della Val Seriana.

 

Sorrido… grazie Fernanda.

 

 

Venerdì 19 dicembre 2008 – ore 14,20

 

 

La Leonessa Maior ieri notte mi ha chiesto se mi sento solo.

 

Fernanda è un tesoro di persona, nei giorni scorsi abbiamo parlato di molte cose. Di me e della mia famiglia, di lei e della sua famiglia. Di amore e di odio, di ansia e tranquillità.

Di Tao e di tarocchi.

Mi ha ascoltato, con attenzione, a volte con gli occhi puntati, altre volte con occhi vaganti, ha sempre avuto una considerazione o una parola da esternare dopo aver ascoltato le mie, usando molta attenzione e tatto anche dove non ce ne sarebbe stato bisogno. Non so se e quanto mi osserva però, questo non glielo chiedo e non glielo chiederò, né mi metto a pensarci più di tanto.

Il clima è migliorato in questi giorni ed ora c’è un bel sole caldo, non sono uscito di casa da solo, non ne sento il bisogno in questo momento di intimo smarrimento.

 

……

 

San Giuseppe Vesuviano.

Venerdì 26 dicembre 2008 – ore 00.30

 

 

Sono rientrato a casa ieri notte. Casa ovviamente è un termine di comodo, lo uso per convenzione e per pigrizia ma va bene così.

Il 24 mattina, ancora a Nembro, dormivo un sonno profondo e senza sogni. Un sonno che non lascia tracce nell’io cosciente di solito, questo è il motivo per cui ricordo così chiaramente quello che è successo un istante prima del mio risveglio.

 

Rullo una sigaretta e mi prendo un po’ di tempo…

 

Il tocco di una mano aperta si materializza lievemente nello spazio tra la scapola e la punta della mia spalla destra. Nel preciso istante in cui si poggia, la percepisco interamente, dalla base del palmo alla punta delle cinque dita, perché emana un calore che attraversa rapidamente i tre strati di coperte, il lenzuolo e infine il mio pigiama, un’orma che brucia come fuoco e non fa male. Quel calore così intenso basta a restituirmi di colpo coscienza e sensi, a farmi aprire gli occhi e scattare su e voltarmi d’istinto verso la sua padrona.

Un attimo prima un buio profondo ed immemore, l’attimo dopo il suo viso ed il suono della sua voce che pronuncia il mio nome.

 

La mano si ritrae in fretta, anche troppa, di sicuro per la mia reazione immediata.

 

Rimango a letto per un’altra mezz’ora circa, combattendo l’impulso di scivolare di nuovo nell’incoscienza del sonno, mi aspetta il lungo viaggio di ritorno.

 

 

I giorni sono passati in fretta, molto in fretta. Non mi è mai piaciuta la fretta…

Avrei potuto scrivere di più, specie di notte, ma mi sono astenuto dal farlo per godere di un certo tipo di silenzio, della consapevolezza di rigirarmi in un letto dove i miei pensieri e le mie ispirazioni notturne, trattenute nella mente invece di essere scritte, potessero scivolar via durante il sonno e infilarsi nell’imbottitura del cuscino, scendere ed aggrapparsi tenacemente allo scheletro del materasso.

 

Quell’orma incandescente sulla mia spalla è ritornata a farsi sentire in maniera tangibile quando il secondo treno è ripartito dalla banchina della stazione centrale di Milano. Ero rivolto col viso verso il finestrino quando ho sentito di nuovo la mano ed il suo calore sulla mia spalla, un pilastro ha attraversato la visuale e per un attimo ha oscurato il vetro creando un riflesso sul quale è passata fugacemente l’immagine del resto del ricordo.

Di tutte le cose vissute a Nembro è quella la cosa che è scesa più a fondo, così velocemente da lasciare senza parole, senza fiato.

 

Volevo scrivere del piacere che mi sono concesso cucinando tutti i giorni, delle sensazioni vissute nei momenti in cui ero in casa da solo, il calore bruciante di quell’orma ha fatto evaporare tutto il resto, come il fumo che usciva dalla tazza di caffè bollente e si fermava a danzare sotto la luce obliqua dei raggi solari.

 

Ho bisogno di un’altra sigaretta…

 

Adesso invece ho bisogno di smettere di scrivere. Nei prossimi giorni inizierò a lavorare alle foto che ho scattato, dopo che le avrò viste e riviste più volte tornerò qui a ricordare di quella domenica pomeriggio al lago.

 

Al Shalaten

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

La strada per Al Shalaten è rovente, mi chiedo se esista qualcosa in Egitto che non sia rovente, almeno qualcosa di quello che c’è sotto il sole.

La strada è sempre quella, una interminabile linea scura di asfalto ricoperto di polvere di deserto che corre parallela alla costa, il panorama potrebbe sembrare sempre lo stesso, eppure non lo è, eppure non posso fare a meno di vedere quanto cambiano le cose sulla linea rocciosa dell’orizzonte a occidente. Il deserto non piace a molti, anzi, non piace quasi a nessuno quando ci si trova dentro; forse è per questo che le persone gettano immondizia ovunque, anche qui, per rendere i luoghi più “umani”, per poterli comprendere meglio.

Al Shalaten è al confine con il Sudan, l’antica Nubia… I suoi abitanti sono per la maggior parte di pelle nera, beduini, gente che del deserto ha fatto la propria casa, la propria anima, e vive di ciò che il deserto offre. In questo caso i dromedari, perchè Al Shalaten è la capitale egiziana del commercio dei dromedari; la cittadina è uno strano ibrido, è fatta di fabbricati grezzi e non terminati, germe di quello che sarà la città nei prossimi anni. Ricchezza di commercianti che crescono generazione dopo generazione, questi fabbricati vuoti, con i pilastri lasciati spuntare dal solaio e le pareti non intonacate, sono i fantasmi di cose che ancora non esistono; mi dicono che ogni possidente di Al Shalaten costruisce le fondamenta ed il primo piano di un fabbricato, ma non lo termina, aspetta che siano i suoi figli a farlo. E’ una sorta di tradizione, di testimonianza di una famiglia che cresce, e che prospera. Nel frattempo loro, i beduini, tutti possidenti da queste parti, tutti ricchi perchè i dromedari rendono, tutti ricchi perchè i beduini alla fine dei conti hanno poco da spendere perchè un uomo del deserto non ha bisogno di lussi, tutti ricchi come solo un uomo del deserto può essere. Nessuno patisce la fame in questa parte di Africa spoglia, rocciosa, rovente e ricoperta di sterco di dromedario, nessuno ha bisogno di aria condizionata e perrier, di gucci o di ferrari. Tutto quel che serve, mezzi di trasporto, cemento e parabole satellitari, è ben presente, tutto il resto è l’unica e vera vita dei beduini: le tende sotto le acacie, i ristoranti di specialità a base di carne di dromedario, i negozietti straripanti di erbe e incensi, moschee e minareti.

Dromedari, mai visti così tanti, tutti insieme… nel centro di quarantena, sotto il sole cocente, dove vengono lasciati i canonici quaranta giorni di osservazione. Controllo salute e malattie, i più forti ottengono la certificazione, poi seguono quelli che sono destinati al macello (a poca distanza dal centro di quarantena) e poi quelli che sono destinati a non uscire vivi dal centro, i più deboli, gli ammalati. Alle spalle del centro di quarantena non c’è nulla, solo un altro pezzo di deserto circondato da strade asfaltate e affollato da beduini e dromedari, è la “piazza” dove avvengono le contrattazioni, dove affluiscono i compratori da ogni parte dell’Egitto. Dove affluiscono anche gruppetti di deliziati turisti che passeggiano e si guardano intorno osservando tutto e facendo foto ai dromedari, loro invece sono quieti, calmi e dignitosi e silenti per lo più, osservano i turisti, uniche macchie di colore che si aggirano tra il bianco accecante delle vesti dei beduini.

Dall’altro lato della cittadina, la collina dove i dromedari vengono caricati sui camion che li porteranno fino al Cairo, consegnati agli acquirenti che li destineranno al lavoro, al turismo o alle corse. Camion con le sponde metalliche senza copertura, camion che per raggiungere la capitale impiegheranno più di 24 ore. Ore che i dromedari passeranno senza potersi muovere, costretti in posizione seduta, stipati l’uno sull’altro, senza né cibo né acqua per tutta la durata del viaggio, semplicemente aspettando e vedendo morire il venti per cento dei loro compagni durante il viaggio, dromedari che non arriveranno vivi a destinazione. Commerciare dromedari significa anche questo, i beduini lo sanno, i compratori lo sanno, ci si regola di conseguenza… come per tutte le cose.

La Sveglia – Terra di Roccia

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

La sveglia.

È difficile scrivere un resoconto di viaggio a distanza di un anno dal suo compimento. Per natura sono portato a dimenticare le date perché ogni volta che ho vissuto qualcosa di intenso, il tempo ed i calendari hanno smesso sempre di esistere, e se mi fermo a pensarci mi rendo conto che sono poche le cose che non ho vissuto intensamente in questi trentasette anni di vita. Avrei dovuto scrivere allora, avrei dovuto annotare, regolare e disciplinare come un buon reporter. Non l’ho fatto, quindi ora sono costretto a ricucire un insieme di brandelli, un insieme di pezzi che non hanno la giusta continuità temporale tra loro ma che per me hanno la giusta continuità temporale in termini di percezione.

Mi sveglio quasi sempre dopo il sole, mi è difficile farlo prima data la mia natura di animale notturno, di Gufo Triste. Il momento più importante sono quegli attimi in cui ho ancora gli occhi semichiusi e sto richiamando lentamente tutte le nove parti del mio essere allo stato di veglia cosciente, sono attimi che se ho la fortuna di passare in silenzio, o accompagnato solo dai suoni della natura, cementeranno i pilastri su cui poggerà la mia intera giornata. Poi mi alzo e mi incontro con l’acqua, me la lascio scorrere addosso per qualche minuto finché non sento che si è impadronita completamente della mia pelle, a quel punto sono pienamente sveglio ed inizio la mia giornata. Cosi è sempre, ogni mattina che apro gli occhi.

Esco dal bagno e mi vesto, raggiungo la mia borsa da “combattimento” e la apro, estraggo la mia arma preferita per questo tipo di servizi, una reflex analogica semiprofessionale, la carico con una cartuccia di pellicola, richiudo lo sportello e sorridendo ascolto con un brivido di piacere il suono dei servomotori che trascinano la pellicola e ne bloccano il primo fotogramma. Mi sento come un soldato che carica il fucile e fa scorrere l’otturatore per caricare il colpo in canna, mi sento meglio di quanto potrebbe mai sentirsi un soldato, cosciente che non assassinerò nessuno, se non forse qualche coscienza sporca.

Mi assicuro che gli obiettivi siano al loro posto, ben tappati, distribuisco ovunque, nella borsa e nelle mie tasche, altre pellicole da poter sostituire in fretta ma non troppo, richiudo il tutto e lo indosso e solo alla fine metto a tracolla la reflex. Sono pronto ed esco dalla stanza dell’hotel.

Terra di Roccia.

Terra di Roccia è ovunque io volga lo sguardo intorno a me, una volta fuori della mia stanza. È la dimensione in cui mi muoverò per una settimana, il pilastro su cui poggia tutto quello che vedrò e che vivrò in quei sette giorni di permanenza in Egitto, il minimo che possa fare è conoscerla come merita.

Non si lascia mai vedere chiaramente fino all’orizzonte, nonostante la violenta luce solare che la sovrasta, è nuda ovunque la si guardi, ma si lascia scoprire davvero solo se si abbassa lo sguardo sui propri piedi e si osserva attentamente cosa è che li sostiene. La prima cosa che mi colpisce di lei sono dei riflessi sulla sua superficie che si possono vedere solo da una certa distanza e che mi fanno sembrare che sia sporca. Assumono l’aspetto di aloni, o di striature, nere; sono come le macchie che restano sulle mani quando si tocca la fuliggine o il carbone, o quando si cambia una ruota forata senza usare i guanti. È così che mi sento in quel momento, ho la sensazione fastidiosa che avrei se avessi le mani sporche accompagnata dall’intensa brama di ripulirle, di lavare quella terra; non mi piace quello che sento in quel momento, Terra di Roccia è troppo dolorosamente bella per dover essere sporca, è già abbastanza sporca di sacchetti e bottiglie di plastica vuote e schiacciate per poterlo essere anche di se stessa, eppure questo è parte integrante del suo aspetto.

Passo un pò di tempo con una espressione corrucciata sul volto, non mi sta bene per nulla, non accetto questa cosa e ne distolgo lo sguardo osservando per qualche minuto i miei piedi, la parte di terra che è nelle mie immediate vicinanze e che mi sostiene, non noto alcuna traccia di quella sporcizia che invece vedo sulle medie distanze. Non mi rassegno… sono fatto così, sono testardo fino all’inverosimile quando voglio, riesco a vincere il mio imbarazzo genetico e il timore di sembrare stupido e chiedo a una persona perché ci sono quelle striature nere, a cosa sono dovute. Mi sento rispondere: “è così ovunque nel deserto roccioso”. Osservo la persona per qualche secondo e poi mi lascio scappare quella che suona al mio orecchio più come una lamentosa protesta che come un’affermazione: “sembra sporca”, la persona mi guarda sorridendo e mi dice si.

Quando mi capita di affrontare qualcosa che non riesco a mandar giù, la prima cosa che faccio è farla a pezzi nella mia mente ed esaminare i pezzi uno per uno e cercare di capire cosa c’è che non va, è quello che rimane del retaggio comune a tutti gli esseri umani quando sono bambini, l’istinto di aprire, smontare, sventrare le cose per acquisirne una conoscenza vera e piena. Con Terra di Roccia non mi ci vuole molto, mi basta una frazione di secondo del mio pensiero analitico e l’osservazione del palmo delle mie mani pulite per capire che quella sporcizia mi si è manifestata così nettamente nella stessa misura in cui la prima cosa che Terra di Roccia mi ha mostrato di sé è stata la sua grande pulizia.

Riporto lo sguardo sul panorama intorno a me, soddisfatto e grato della lezione appresa. In quel momento non lo so ancora, ma nei giorni seguenti scoprirò che quelle striature nere sono solo le ombre proiettate dal letto pietroso di Terra di Roccia.

Il Deserto

Posted in Egitto - Aprile 2006 on Novembre 10, 2008 by Raul

9 giugno 2006

Ho visto il deserto, ho camminato nel deserto, è successo più di due mesi fa ma solo adesso sto rendendomi conto di ciò che significa.

Il deserto orientale dell’Egitto, appare come una distesa rocciosa frastagliata di colline, attraversata da gole. Fin quando ci si trova vicino alla costa del mar rosso si ha un senso di sicurezza, ancora, poi ci si addentra fino a perdere di vista la striscia rossa e blu del mare e d’improvviso ci si ritrova questo paesaggio tutto intorno.

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Credo che del deserto non si possa dire nulla che non sia stato già scritto, quando lo si vede riprodotto in qualche foto, o documentario, si resta colpiti dalla sua bellezza mentre si apprezza il comodo divano su cui siamo seduti.

Quando ci si trova fisicamente, la si subisce in pieno. Il Sole arde, brucia con estrema intensità ma con discrezione, il sudore non si vede affatto infatti, neanche una goccia sotto gli abiti, il vento completa l’opera di dissimulazione. Ho visto pezzi di carcasse di dromedario sotto il sole, non si decompongono, la decomposizione presuppone uno stillicidio di liquidi, cosa impensabile nel deserto orientale egiziano, no…

Ciò che muore nel deserto si mummifica, e dopo, viene calcinato completamente, e dopo ancora il vento rode le ossa e le mescola alla terra.

Può sembrare un pensiero macabro eppure non lo è affatto, la prima cosa che il deserto ci mette davanti agli occhi è proprio la mortalità. All’inizio non la si riconosce, è solo una sensazione, un pensiero sottile che dopo un pò mi ha colpito con la forza di uno schiaffo. Il deserto è il NUN fatto di roccia, o di sabbia a seconda di dove ci si trovi. Non c’è nulla sulla sua superficie, almeno nulla agli occhi di un uomo abituato alla città.

Ho amato subito quella terra dal riflesso sporco, nella sua solitudine ho smesso di sentirmi solo, il deserto mi ha regalato la Prospettiva delle Cose, almeno fino a quando mi ci sono trovato. Mi ha fatto capire cos’è il vero silenzio, mi accorgevo della mia esistenza solo dal suono dei miei passi, è così che nel deserto si ha consapevolezza di qualcosa, lo sapevate? Tutto ciò che si può vedere non è detto che esista, ho visto un lago in pieno deserto, agli occhi non poteva essere più reale eppure non esisteva, l’acqua era là ma il suo rumore no.

Anche la sua luce è unica, intensa e spessa, colpisce qualsiasi cosa e si rifrange senza mezze misure.

L’ultimo giorno della mia permanenza in Egitto, solo allora ho avuto la mia intimità col deserto.

Sorrido… lo faccio perchè non ero certo da solo, ma ero parte di un gruppo di persone che, come me, avevano scelto questa escursione, più che altro per andare a dorso di dromedario credo. Invece io ero una delle due persone che quel giorno scelsero il cavallo, io e la mia compagna di viaggio, la mia prima volta su un cavallo e devo dire che la mia scelta fu premiata, almeno non sono stato trascinato in “cordata” ma ho avuto il piacere di cavalcare da solo, in testa al gruppo, l’unico in religioso silenzio.

Il mio cavallo conosceva perfettamente il tragitto da compiere, attraverso i piani rocciosi tra le colline ed i pianori, poi addentrandosi sempre più in una gola di alabastro eroso dal vento e screziato dai raggi del sole calante, affondando gli zoccoli in una sabbia vetrosa e finissima mentre io stavo attento a non urtare con le gambe contro le rocce del canyon la cui larghezza si era ridotta a poco più di un metro.

Dopo due ore arriviamo sulla cima di un pianoro, una distesa di pietra con al centro un unico albero, un tronco di acacia nero e scheletrico, unico indizio della presenza di acqua. A poca distanza da esso un pozzo coperto da una piastra metallica incernierata, con un secchio ed una carrucola, e la tenda di un beduino che vive  là con la sua compagna, i suoi figli e le sue capre.

Smonto da cavallo e raggiungo una piccola sala da tè a cielo aperto, poche panche di legno basse con relativi tavolini. Mi siedo ed una bambina mi porta una tazza di tè bollente, il tè dei beduini, mentre poso la tazza sul basso tavolino resto colpito nel vedere un posacenere pieno di sabbia dove buttare la cenere e spegnere le cicche. Lo osservo stranito per un pò finchè non comincio a pensare che anche a me darebbe fastidio vedere cicche sparse sul pavimento di casa, poi dò un’occhiata al padron di casa e scambio con lui un largo sorriso.

Assaporo il tè con un’attenzione che non ho riservato mai neanche al migliore dei vini, mi alzo e mi guardo intorno mentre gli altri si radunano e parlano di ciò che hanno lasciato nelle loro città, iniziando a fare paragoni alquanto surreali.

Tutto intorno invece il deserto respira e si acquieta accompagnando il sole al tramonto.

Rimonto a cavallo, gli altri sui dromedari, i più incredibili inforcano i quad e ritornano alla base in venti minuti, in una nuvola di polvere fitta e soffocante, con un rombo assordante nelle orecchie.

Questa volta mi metto in coda alla carovana, sono l’ultimo della fila ed il mio cavallo procede con una lentezza di cui gli sarò eternamente grato. Mentre la luce inizia a svanire, per un attimo, ripenso al beduino ed alla sua casa, poi penso a me.

Cerco di eliminare tutte le domande dalla mia mente, non poso sprecare le ultime ore con il deserto così, in un modo tanto banale.

Socchiudo gli occhi ed ascolto il rumore degli zoccoli del mio cavallo.

Introduzione

Posted in Egitto - Aprile 2006 con i tag on Novembre 10, 2008 by Raul

Inizia tutto quando ci si avvicina abbastanza alla superficie da distinguere gli elementi in movimento.

L’aria è spessa, lo si percepisce dal filtro opaco che si interpone tra gli occhi e ciò che si guarda, particelle di sabbia in perenne sospensione che danno una patina di antico a tutto, anche alle cose più moderne. L’Egitto visto dall’alto è come una donna nuda vista da vicino, mostra la semplice bellezza del suo involucro e allontana la comprensione della complessità di ciò che esso contiene. Mostra le sue zone fertili con lo stesso orgoglio e la stessa indifferenza con la quale mostra le sue zone aride. È netto, distinto e ben delineato. Per me che vengo da un luogo dove i limiti e i confini non sono mai definiti, dove una scala di grigi appiattisce sempre più quel che mi circonda, osservare la coesistenza pacifica e silente di un florido e vitale giardino insieme alla nuda roccia e sabbia, due cose che riescono ad essere tutt’uno senza necessariamente mescolarsi, è un dono allo spirito ed una meravigliosa carezza per gli occhi.

Le ruote del carrello toccano terra, riesco quasi a percepirle mentre tagliano la nuvola sottile di sabbia sospesa… un momento per riprendere fiato, un momento per riportare l’attenzione al presente, alla carlinga ed al piccolo fiume di persone che, con una fretta tutta occidentale, si affanna per riversarsi fuori dal corpo dell’uccello di metallo, un rigurgito di umanità, sono tra gli ultimi ad uscire, sorrido… l’uccello di metallo vibra e si solleva sui martinetti idraulici dopo essersi liberato di un pasto indigeribile; sorrido in silenzio perché trovo divertente pensare all’anima dell’uccello di metallo, alla sua quieta soddisfazione per il senso di leggerezza appena acquisito.

Esco fuori dal portello e resto un momento in piedi sulla passerella metallica della scaletta. Non arrivo neanche a guardarmi intorno che vengo subito avvolto da una sfera di fuoco invisibile che cala su di me con silenziosa violenza. È un trauma improvviso per il corpo e per i sensi, la pelle inizia subito a bruciare. L’attimo seguente vengo investito dal vento, un momentaneo sollievo, sento il vento come una carezza rude e tangibile venuta a spegnere la mia pelle, ma è solo un attimo. Il vento soffia con un flusso pulsante, si mescola alla sfera di fuoco che mi avvolge, che avvolge qualunque essere vivente cammini in Egitto, ed in quel preciso istante comprendo che ardo, e che arderò in quel modo per tutta la mia permanenza in quella terra.

È cosi che l’Egitto ti accoglie, e subito ti mostra cosa sei perché quando sei cosi vicino ad una donna nuda sei necessariamente nudo anche tu, anche se lo dimentichi, ma questo riesci a capirlo solo molto dopo.

Sbrigo tutte le faccende terrene che seguono uno sbarco, momenti di vita profana e promiscua, provo ad escludere l’audio artificiale di tutti i suoni prodotti dalla civiltà ed a concentrarmi invece sui suoni del luogo. Non sento nulla, solo silenzio… concentro l’udito ancora di più… tutto quello che riesco a cogliere è il respiro del vento, a tratti impercettibile, ingoiato dal silenzio.

Queste prime sensazioni sono molto importanti per me, in ogni viaggio che ho compiuto, in ogni luogo che ho visitato, la prima cosa su cui fisso la mia percezione è il modo in cui quell’angolo di Terra in cui mi trovo, mi accoglie, il modo in cui mi si manifesta.

Completo il mio ingresso in Egitto con un altro breve viaggio, via terra, verso l’hotel dove soggiornerò per una settimana.

Anche se la prospettiva è terrestre, l’essenza di questo luogo non cambia. Davanti a me si perde l’orizzonte, piatto, alla mia destra il mar rosso, alla mia sinistra il deserto arabico, così chiamato perché si affaccia, da nord a sud, verso l’Arabia. Preferisco chiamarlo per quello che è… “terra di roccia”.
Per chilometri e chilometri, puntando verso nord, acqua alla mia destra e roccia alla mia sinistra, vento e silenzio. Il corpo nudo dell’Egitto.