La strada per Al Shalaten è rovente, mi chiedo se esista qualcosa in Egitto che non sia rovente, almeno qualcosa di quello che c’è sotto il sole.
La strada è sempre quella, una interminabile linea scura di asfalto ricoperto di polvere di deserto che corre parallela alla costa, il panorama potrebbe sembrare sempre lo stesso, eppure non lo è, eppure non posso fare a meno di vedere quanto cambiano le cose sulla linea rocciosa dell’orizzonte a occidente. Il deserto non piace a molti, anzi, non piace quasi a nessuno quando ci si trova dentro; forse è per questo che le persone gettano immondizia ovunque, anche qui, per rendere i luoghi più “umani”, per poterli comprendere meglio.
Al Shalaten è al confine con il Sudan, l’antica Nubia… I suoi abitanti sono per la maggior parte di pelle nera, beduini, gente che del deserto ha fatto la propria casa, la propria anima, e vive di ciò che il deserto offre. In questo caso i dromedari, perchè Al Shalaten è la capitale egiziana del commercio dei dromedari; la cittadina è uno strano ibrido, è fatta di fabbricati grezzi e non terminati, germe di quello che sarà la città nei prossimi anni. Ricchezza di commercianti che crescono generazione dopo generazione, questi fabbricati vuoti, con i pilastri lasciati spuntare dal solaio e le pareti non intonacate, sono i fantasmi di cose che ancora non esistono; mi dicono che ogni possidente di Al Shalaten costruisce le fondamenta ed il primo piano di un fabbricato, ma non lo termina, aspetta che siano i suoi figli a farlo. E’ una sorta di tradizione, di testimonianza di una famiglia che cresce, e che prospera. Nel frattempo loro, i beduini, tutti possidenti da queste parti, tutti ricchi perchè i dromedari rendono, tutti ricchi perchè i beduini alla fine dei conti hanno poco da spendere perchè un uomo del deserto non ha bisogno di lussi, tutti ricchi come solo un uomo del deserto può essere. Nessuno patisce la fame in questa parte di Africa spoglia, rocciosa, rovente e ricoperta di sterco di dromedario, nessuno ha bisogno di aria condizionata e perrier, di gucci o di ferrari. Tutto quel che serve, mezzi di trasporto, cemento e parabole satellitari, è ben presente, tutto il resto è l’unica e vera vita dei beduini: le tende sotto le acacie, i ristoranti di specialità a base di carne di dromedario, i negozietti straripanti di erbe e incensi, moschee e minareti.
Dromedari, mai visti così tanti, tutti insieme… nel centro di quarantena, sotto il sole cocente, dove vengono lasciati i canonici quaranta giorni di osservazione. Controllo salute e malattie, i più forti ottengono la certificazione, poi seguono quelli che sono destinati al macello (a poca distanza dal centro di quarantena) e poi quelli che sono destinati a non uscire vivi dal centro, i più deboli, gli ammalati. Alle spalle del centro di quarantena non c’è nulla, solo un altro pezzo di deserto circondato da strade asfaltate e affollato da beduini e dromedari, è la “piazza” dove avvengono le contrattazioni, dove affluiscono i compratori da ogni parte dell’Egitto. Dove affluiscono anche gruppetti di deliziati turisti che passeggiano e si guardano intorno osservando tutto e facendo foto ai dromedari, loro invece sono quieti, calmi e dignitosi e silenti per lo più, osservano i turisti, uniche macchie di colore che si aggirano tra il bianco accecante delle vesti dei beduini.
Dall’altro lato della cittadina, la collina dove i dromedari vengono caricati sui camion che li porteranno fino al Cairo, consegnati agli acquirenti che li destineranno al lavoro, al turismo o alle corse. Camion con le sponde metalliche senza copertura, camion che per raggiungere la capitale impiegheranno più di 24 ore. Ore che i dromedari passeranno senza potersi muovere, costretti in posizione seduta, stipati l’uno sull’altro, senza né cibo né acqua per tutta la durata del viaggio, semplicemente aspettando e vedendo morire il venti per cento dei loro compagni durante il viaggio, dromedari che non arriveranno vivi a destinazione. Commerciare dromedari significa anche questo, i beduini lo sanno, i compratori lo sanno, ci si regola di conseguenza… come per tutte le cose.

